La versione di D’Alema sul suo “aiuto” negli affari con Colombia, Qatar e i ventilatori dalla Cina. La delusione sullo scandalo Ue: «Stimavo Panzeri e Cozzolino: quei soldi un’indecenza»

L’ex premier e leader della sinistra italiana prova a spiegare perché la sua attività di «consulente» dopo una lunga carriera politica non può essere paragonato a quel che sta emergendo dallo scandalo al Parlamento europeo. E sui più discussi casi in cui è emerso il suo nome è ormai deciso a querelare

«Non avrei mai potuto sospettare una cosa del genere e infatti la trovo un’indecenza» dice l’ex premier Massimo D’Alema commentando in un’intervista al Corriere della Sera di Tommaso L’Abate le scene di contanti trovati nelle case dei primi indagati nello scandalo al Parlamento europeo. Tra questi ci sono personaggi considerati un tempo vicini a D’Alema, persone che lui stesso ammette di conoscere da anni e che ricorda L’Abate erano definiti «D’Alemiani», cioè Panzeri e Cozzolino: «aggettivo che – ribatte D’Alema – il cui utilizzo, com’è noto, ho sempre contestato». Lo scandalo ha inevitabilmente tirato in ballo il nome di D’Alema per la sua attuale attività di «consulente» e i suoi rapporti proprio con i Paesi coinvolti nelle presunte pressioni sull’Europarlamento, Marocco e Qatar. Situazioni molto diverse tra loro, spiega l’ex premier: «In Marocco, in cui è in corso un processo di democratizzazione che non si vede certo in Qatar, un socialista a un certo punto è arrivato addirittura alla carica di primo ministro. La nostra azione è sempre in difesa dei diritti umani e della democrazia, per cui in quel mondo abbiamo avuto sempre relazioni importanti con le forze che si muovono in queste direzioni». Il nome di D’Alema era emerso anche per il caso della raffineria di Priolo, che potrebbe essere rilevata dal fondo sovrano qatarino che lui stesso starebbe aiutando: «Anche qui (sorride, ndr), “aiutare il Qatar…”, quante bugie. Una cordata di investitori internazionali, tra cui è presente un imprenditore qatariota, si è rivolta anche me per l’acquisizione della raffineria. A loro ho dato un consiglio: vi interessa? Bene, come prima cosa andate a parlare col governo. Cosa che abbiamo fatto prima col governo Draghi, attraverso il ministro Cingolani, e ora col governo in carica. Massima trasparenza».

Le accuse sugli affari internazionali

Di accuse e inchieste giornalistiche D’Alema ne ha accumulate diverse nel corso degli ultimi anni. Dai presunti affari in Colombia per vendere armi italiane al governo all’acquisto di ventilatori dalla Cina durante la pandemia di Coronavirus, D’Alema spiega: «Ho dato una mano a un imprenditore con una qualche imprudenza, lo ammetto. Ma se avessi partecipato a una compravendita di armi sarei stato oggetto di attività giudiziaria. Parliamo di reati. Reati che, non a caso, nessuno mi contesta». E sui ventilatori, l’ex premier ricorda come il suo intervento sia arrivato su richiesta di Palazzo Chigi: «C’era una corsa disperata ad acquistare questi prodotti sul mercato cinese, perché si producono soprattutto lì, e tutti andavano e pagavano in anticipo. E visto che l’Italia non poteva farlo per le nostre regole amministrative, a me fu chiesto di trovare qualcuno che comprasse in vece nostra, mettendoci i soldi. Io ho trovato un’associazione che l’ha fatto. Ma attenzione (mostra l’email di richiesta col logo della presidenza del Consiglio, ndr): il modello del ventilatore fu scelto, su indicazione del Comitato tecnico scientifico, dalla Protezione civile italiana non da D’Alema, che non c’entrava nulla. Presumo, prima di pagarli, che abbiano verificato che funzionassero. Ma lo presumo, visto che io ho solo fatto un favore e non ho venduto niente a nessuno».

La nuova stagione

Quel che fa oggi D’Alema, dopo essere stato premier e ministro degli Esteri oltre che leader della sinistra, non avrebbe insomma nulla a che fare con quel che sta emergendo da Bruxelles. E risponde così al dirigente dem Provenzano che lo ha tirato in ballo: «Io non sono più in Parlamento dal 2013, mi sono dimesso dagli organismi dirigenti del partito a cui sono iscritto, poi ho creato una società, collaboro con società internazionali, presento bilanci. Tra l’altro concorro in questo modo largamente a finanziare la mia fondazione e la rivista. Non faccio un’attività sotterranea. È tutto trasparente, tutto controllabile. Qualcuno dice che non è opportuno? Be’, in tutti i Paesi del mondo ci sono persone che hanno avuto un ruolo istituzionale e che poi continuano a dare un contributo utilizzando le loro competenze al servizio dello sviluppo economico. Le aggiungo un’altra cosa visto che ci siamo. Persino una persona solitamente mite come il sottoscritto arriva al punto in cui non ne può più di leggere certe menzogne. Infatti mi sono rivolto agli avvocati per discutere della questione nelle sedi preposte».

Fonte: OPEN

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