“Non vogliamo una rottamazione ma una rivoluzione, è ora di azzerare i vertici”: parlano i giovani del Pd


“Non ci riconosciamo più nelle parole della nostra dirigenza”: sei giovani del Pd spiegano perché chiedono le dimissioni immediate in blocco dei vertici

Lo sguardo attento di Enrico Berlinguer li fissa dalla parte opposta della stanza. Sotto la sua foto appesa alla parete c’è una targa che riporta una frase di Martin Luther King: “può darsi che non siate responsabili della situazione attuale ma lo diventerete se non farete nulla per cambiarla”. Attorno al tavolo messo al centro del bilocale del Circolo del Partito Democratico di Corso Garibaldi a Milano discutono animatamente sei ragazzi. Sembrano leoni in gabbia. Si chiamano Lorenzo, Anna, Marco, Laura, Carlotta e Michelangelo. Fanno parte dei giovani democratici della Lombardia in rotta con l’attuale dirigenza del Pd. Quando li incontriamo sono appena rientrati da una trasferta a Roma dove in circa seicento, da tutta Italia, hanno partecipato all’appuntamento “Coraggio Pd” che aveva un obiettivo ben preciso: riciclare il Partito Democratico, chiedere le dimissioni in blocco dei vertici.

giovani pd

Lorenzo Pacini, 26 anni, è il segretario regionale dei giovani democratici della Lombardia. Una laurea in legge, dal 2016 milita nel Pd. Prima consigliere comunale, ora assessore ai lavori pubblici al municipio 1 di Milano.
Dal palco romano l’intervento più duro, che ha fatto infuriare mezzo Nazareno, è stato il suo.

– “Io provo vergogna ogni volta che leggo o sento le dichiarazioni dei nostri dirigenti nazionali!”.
-“Basta col “partito tutti dentro’, dobbiamo scegliere le categorie che vogliamo difendere: o stai con l’operaio o stai con l’imprenditore. il Pd dove sta?”
-“I dirigenti nazionali devono stare davanti alle fabbriche, devono stare dove gli studenti vengono manganellati e possibilmente prendersela qualche manganellata!”.
-“Noi siamo il partito dei militanti, basta con il partito dei leccaculo e dei fighetti burocrati!”.

Pacini ha usato toni forti a Roma…
“Alzare i toni è l’unico modo per farci ascoltare. Noi militanti, amministratori locali, segretari di sezione ormai non ci riconosciamo più nelle parole della nostra dirigenza”.

Qualcuno ha accusato il suo intervento di populismo demagogico, senza temi politici. Cosa risponde?
“Quando dico che il Pd deve decidere se stare coi lavoratori o gli imprenditori penso di aver centrato un tema politico. Il Pd da troppo tempo e su troppi temi non prende una posizione.

Un partito di sinistra vuole puntare sulla distribuzione della ricchezza? Per me sì. Un partito di sinistra deve aumentare i salari di chi prende lo stesso stipendio di 30 anni fa? Per me sì. Il partito su questi temi non decide ma dice sì all’aumento delle spese militari, una decisione che abbiamo aspramente contestato”.

In queste sue parole sembra ci sia piena convergenza col Movimento 5 Stelle.
“C’è convergenza con posizioni progressiste, di centrosinistra. Se anche i 5 Stelle la pensano come noi ben venga. Ma il problema interno lo abbiamo noi: quello di una classe dirigente che ci ha portato al disastro elettorale e ora ci sta impantanando nell’immobilismo politico fissando un congresso per fine marzo. Sa questo cosa vuol dire?”

Soffrire alle elezioni regionali in Lombardia…
“Perderle disastrosamente. Non solo in Lombardia, c’è anche Lazio, Molise e Friuli. 15 milioni di italiani andranno al votare e se dopo sei mesi di governo Meloni ci presentiamo con queste facce, da Letta agli altri dirigenti nazionali, con un partito senza leader né linea politica la sconfitta è assicurata”. 

Però ci siete voi nei territori, potete fare qualcosa?
“Saremo i capri espiatori, passeremo per quelli che non sono stati in grado di reggere la situazione. Quando Letta sulla candidatura di Moratti col Terzo Polo dice: ‘sono sicuro che il centrosinistra lombardo saprà trovare il candidato giusto’ sta dicendo ‘decidete in autonomia’. Mi sembra assurdo che il partito nazionale non si occupi della Regione più popolosa d’Italia che va a votare.

Come se ne esce da tutto questo?
“Cambiando la classe dirigente ora non tra sei mesi. Bisogna tornare ad avere rappresentanza in parlamento. Questo significa inserire subito nello statuto del Pd le primarie dei parlamentari cosicché i giovani vengano scelti dai cittadini invece che nella segreteria di partito a Roma, nelle correnti e nelle segrete stanze dei dirigenti”.

Cosa rischia davvero il Pd?
“Il rischio vero è che il partito si polverizzi. Soldi non ce ne sono più. Gli iscritti sono sempre meno. Questo circolo lo teniamo in piedi con i nostri ricavi che mettiamo da militanti da iscritti, da amministratori locali. Quanto tempo pensiamo di avere? Non c’è più tempo”. 

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Anna Zambon, 25 anni, laureata in scienze politiche è consigliera comunale del Pd a Gallarate (Varese).
“Non vogliamo una rottamazione ma una rivoluzione. Chiediamo un azzeramento totale dei vertici, un cambio radicale che deve partire dal basso con noi militanti e amministratori locali come protagonisti”.

Cosa non ha funzionato nell’ultima campagna elettorale?
“Non siamo riusciti a trasmettere la proposta politica in maniera chiara. In quello slogan ‘o noi o loro’ abbiamo finito per fare campagna elettorale ‘per loro’ invece che ‘per noi’. E’ stato un disastro a livello comunicativo. Non ha affermato quei pochi temi chiari su cui credevamo: lavoro, ambiente, giovani. 

Non vi riconoscete nemmeno nei capigruppo Serracchiani e Malpezzi?
“Niente di personale verso i capigruppo ma riteniamo che siano la continuità di una classe dirigente che ha portato alla sconfitta delle ultime elezioni”. 

Un “papa straniero” come il neo-deputato dei verdi Soumahoro come lo vedreste?
È sicuramente un ottimo acquisto per il parlamento e per il nostro paese ma troppo esterno rispetto alla nostra storia. Vogliamo far crescere una persona che già militi nel partito. Ci piace Elly Schlein, una come lei potrebbe portare un cambiamento radicale nel nostro partito con una leadership veramente femminista e non solo femminile.” 

Cosa pensa della candidatura della Moratti col Terzo Polo alle prossime regionali in Lombardia?
“Non è la figura giusta. Rappresenta quello che abbiamo sempre criticato. E’ stata ministro del governo Berlusconi, sindaca di Milano col centrodestra. E’ l’altra faccia della destra”. 

Un’alleanza con Moratti e Azione permetterebbe però di allargare il campo…
“Sarebbe un allargamento distruttivo, non possiamo allargare il campo con figure legate al centrodestra. Le forze progressiste, da Sinistra Italiana ai verdi, da Azione e Italia Viva dovrebbero aprire una riflessione sul nome della Moratti”. 

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Marco Redolfi, 26 anni, è assessore all’istruzione e sociale del Pd a Mornico Al Serio (Bg). 

“Nell’ultima campagna elettorale ci siamo sentiti soli, nel partito e tra la gente. Abbiamo dato l’idea che il modo reale e i bisogni della gente il Partito Democratico non li conosce”. 

È un problema di comunicazione?
“È più un problema di rappresentanza. Ha ragione Lorenzo, dobbiamo definire quello che vogliamo essere”. 

In questo il Movimento 5 Stelle è stato più efficace…
“È stato più rappresentativo. Conte ha dimostrato di saper stare in mezzo alle persone con proposte concrete. Noi avevamo solo dei manifesti con su la faccia di Enrico Letta che diceva ‘scegli’. Come amministratori locali abbiamo provato a rappresentare i nostri elettori e la classe dirigente del Pd andando tra la gente ma loro non ci ascoltavano. Non ci hanno visto come rappresentativi del partito ma come militanti che credono in qualcosa in cui loro non credono più. E se noi per primi, che militiamo da anni, abbiamo fatto fatica a credere nel Pd, pensi la fatica di un elettore oggi”.

La mancanza di rappresentanza la sentite anche sul territorio che amministrate?
“Certo. Io assessore al sociale sono in difficoltà perché non ho una rappresentanza alla camera per il mio partito. Non voglio rivolgermi al centrodestra a parlare di temi sociali perché non ho rappresentanti politici del Pd a Montecitorio. Questo non è colpa di chi non ha votato il Pd. È colpa del partito che non ha dato questa possibilità al territorio che amministro. E la gente del paese queste cose le nota”.

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Laura Bartesaghi, 28 anni, avvocato a Lecco è la responsabile degli enti locali dei giovani democratici della sua città.

“Come facciamo a essere credibili agli occhi dei lavoratori, noi che negli anni passati abbiamo approvato riforme come il job act e abbiamo messo in discussione l’articolo 18! Come amministratori vogliamo contratti stabili a lavoro, un sistema di licenziamenti che tuteli i lavoratori. Non vogliamo che diventino carne da macello per quelle che sono le logiche di un mercato che noi non condividiamo”.

Queste però erano anche le promesse dell’ultima campagna elettorale di Letta…
“Certo perché nel programma, sul tema lavoro, c’era anche una nostra proposta a tutela dei giovani stagisti. Avevamo chiesto che lo stage fosse sempre retribuito, era un modo per incentivare l’apprendistato garantendo al datore di lavoro la possibilità se proseguire o recedere”.

Quindi la classe dirigente vi ha ascoltato!
“Sì ma quando ho fatto campagna elettorale nel mio territorio percepivo chiaramente all’interno del partito una totale frivolezza sul tema specifico. Sentivo che per loro la nostra proposta era più che altro un strumento di propaganda. Non ci credevano veramente, non avevano la giusta sensibilità e sa qual è il motivo?”

Qual è?
“La maggior parte dei dirigenti arriva da un ceto medio alto, se uno non ha vissuto sulla propria pelle certe realtà poi fa anche fatica a crederci”. 

Qui torniamo al problema che lamentate sulla rappresentanza
“Certo. Ecco perché noi giovani dovremmo essere maggiormente accolti nelle istituzioni. Nel programma si parlava di incentivare l’occupazione femminile, c’era la questione di genere. Ma al netto di una classe parlamentare del pd eletta solo col 30 per cento di donne come si fa a portare avanti una politica culturale su questo settore se poi a livello rappresentativo facciamo tutt’altro?”

Almeno sul salario minimo garantito sembravate tutti compatti.
“Anche quella rischia di trasformarsi in una falsa promessa”.

Perché?
“Se promettiamo il salario minimo contrattuale ma poi non dialoghiamo con i sindacati, rimangono promesse buttate al vento. La conseguenza di tutto questo è sotto gli occhi di tutti: i lavoratori non votano più per il Pd”.

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Carlotta Scozia, 24 anni, laureanda in legge, è rappresentante degli studenti all’Università Statale di Milano. Da militante, con diversi incarichi nel suo circolo cerca di portare la voce degli studenti dentro il Pd.

“Nell’offerta politica del Pd in questa campagna elettorale la falla più grave è stata quella dell’istruzione, della ricerca e dell’università. Io non ho sentito una proposta dei miei dirigenti in un comizio o in una intervista”.

Non hanno incontrato i rappresentanti degli studenti?
“Loro mai, solo noi giovani democratici. Il mondo dell’università, i ragazzi che fanno politica nelle università negli ultimi dieci anni sono rimasti ai margini dei vertici del Pd. Questo vuol dire lasciare indietro un pezzo intero della nostra scuola, rinunciare alla possibilità di fare tesoro di proposte e suggestioni per migliorare la scuola pubblica”. 

Però in campagna elettorale si è parlato di merito.
“Sì ma accodandoci al pensiero dominante, alla retorica della destra e dimenticandoci di dire al paese che non può esserci un vero premio del merito se le nostre scuole e università sono campionesse di diseguaglianze e di mancanza di equità”. 

Si riferisce al numero sempre minore di gente che si laurea?
“Mi riferisco al fatto che i ragazzi che si laureano sono sempre più ricchi e fanno parte della fascia medio-alta della popolazione. Vuol dire che i poveri perdono l’unico ascensore sociale che deve esistere in una repubblica democratica: l’istruzione. Questo tema il Pd lo ha completamente dimenticato e se muore l’ascensore sociale muore la sinistra”.

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Michelangelo Moffa, 24 anni, è segretario dei giovani democratici di Varese. 

Perché a livello locale il Pd vince in molti comuni e poi perde alle elezioni?
“A Varese siamo riusciti a sconfiggere la Lega nella sua culla per due volte consecutive. A livello locale riusciamo ad essere una squadra, le candidature sono frutto di un percorso condiviso. Qui abbiamo candidato 6 under 30 in consiglio comunale, le proposte politiche ed i progetti per la città nascono dall’ascolto dei territori. La classe dirigente nazionale si è invece dimostrata meno disponibile al dialogo e all’ascolto”

Per quale motivo secondo voi non vi ascoltano?
“Perché una fetta consistente dei dirigenti ormai da anni ha questa ossessione di voler accontentare tutti, di spaventare i fantomatici moderati che in tempi di crisi come quelle che stiamo vivendo negli ultimi anni si sono trasformati in una sorta di figura mitologica da inseguire a tutti i costi”. 

Può farmi un esempio di proposte silurate?
“Una nostra proposta molto amata (a parole!) anche da Letta era la ‘dote giovani’ che prevedeva una tassazione delle rendite milionarie da cui ricavare un contributo di 10 mila euro ai 18enni per aiutarli negli studi e nel mondo del lavoro. Siamo stati al governo per tre anni, tra il Conte 2 e Draghi, e non è mai stata presa in considerazione. In campagna elettorale è stata solo sussurrata. Anche qui, il timore di scontentare i moderati. E poi c’è il caso della lettera…”

Quale lettera?
“Quella che a fine Luglio scorso, prima della campagna elettorale, come giovani del partito under 30 abbiamo scritto a Letta per chiedere di candidare più giovani alle elezioni del 25 settembre”.

Risposta?
“I giovani sono stati messi in collegi uninominali perdenti dove stavano indietro di 15 punti percentuali. In tutta Italia in posizioni eleggibili ne sono stati messi solo due: Caterina Cerroni e Rachele Scarpa. Alla fine è entrata solo Scarpa”.

Un contentino…
“Fosse solo quello! Sono anni che chiediamo venga concessa la possibilità di votare alle elezioni per gli studenti fuori sede ma le risposte su questo sono tardive e insufficienti. Sa qual è la verità?

No, me la dica…
“Il programma del Pd è pieno di proposte progressiste, ecologiste, femministe ma è una gran paraculata perché alla fine i dirigenti decidono sempre per un compromesso a ribasso. E noi perdiamo solo voti”.

Fonte: TPI

Link: https://www.tpi.it/politica/giovani-pd-dimissioni-vertici-20221108947698/?fbclid=IwAR0AaDbpiJU1TAhmx3sCm_6PAjiYDgOV1qL1GiRDzdjQn20zX00tKW__BZg#ladt5kd27sujdtiska6

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