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Berlusconi, Renzi, Salvini, Di Maio. Analogie e differenze tra i leader che hanno definito l’Italia della seconda repubblica.

Berlusconi, Renzi, Salvini, Di Maio. Analogie e differenze tra i leader che hanno definito l’Italia della seconda repubblica.

Una chiacchierata con Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, e autore del libro “Un paese senza leader”.

Luciano Fontana è un giornalista serio. Appartiene ad un altro mondo, lontano dal giornalismo urlato e sensazionalista di oggi. Lo dice lui stesso. Alle domande risponde in modo lucido e preciso. Non devo mai chiedergli di fermarsi, o di ripetere un concetto perché non ho fatto in tempo a scrivere, io che non registro mai. Preferisco carta e penna. Le risposte sono fluide, sembrano venir fuori già pronte per essere scritte. Risposte di qualcuno che conosce bene quello di cui parla, e sa renderlo comprensibile a chi lo ascolta senza sforzo. E’ un piacere, intervistare qualcuno come Fontana, perché ti fa venire voglia di fermarti a ragionare, studiare, riflettere di più e più a fondo.

Glielo chiedo come prima cosa, quale sia la caratteristica in comune tra i leader della recente storia Italiana: Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. 
Hanno tutti una caratteristica comune: sono figli della politica personalizzata, in cui il leader ha un rapporto diretto con gli elettori. Un modello, questo imposto in Italia da Berlusconi con la fine dei partiti storici. Lui, questo rapporto lo ha stabilito e portato attraverso le televisioni, Renzi, Salvini e Di Maio con i social network. Non amano i corpi intermedi: le segreterie, le associazioni, le discussioni interminabili; ma credono che il consenso sia il misuratore della leadership.In termini generali, Salvini e Di Maio appartengono al nuovo mondo della politica, che non ha più come riferimento la divisione tradizionale tra destra e sinistra. Il popolo diventa un entità omogenea che si contrappone all’élite, lo stato una categoria che si contrappone all’Europa. Mentre per Renzi e Berlusconi la divisione tra destra e sinistra resta ancora importante.

Oggi l’ascesa dei leader è tanto rapida, quanto rapida è la loro caduta. Viene subito in mente Renzi. Qual è stato il principale errore che ha commesso, secondo lei? 
Renzi ha fatto una lettura della realtà che non era esatta. Ha narrato al Paese che ci sarebbe stata una rivoluzione, quella del referendum costituzionale che avrebbe fatto fare all’Italia quel salto di qualità mai ottenuto dal dopoguerra, ma non ha tenuto conto del fatto che gli italiani erano intrappolati in una crisi profonda da oramai dieci anni, dove lavoro, crescita, redistribuzione erano per il popolo molto più importanti della riforma costituzionale. Questo l’ha portato a puntare tutto su una battaglia importante, ma non decisiva. Questo errore di lettura della realtà, unito all’errore di strategia politica di giocare una partita da ‘uno contro tutti’, ha dato potere al fronte dell’opposizione e anche alla minoranza del suo partito che lo osteggiava. Un ultimo errore? Avrebbe dovuto farsi da parte dopo la sconfitta. Restare sulla scena, anche se dietro le quinte gli ha fatto molto male.

E il passo falso, se ne individua uno in particolare, che potrebbe invece portare al rapido declino della nuova leadership Salvini–Di Maio?
Lo stesso passo falso compiuto da Renzi. Ossia pensare che il consenso sia acquisito una volta per tutte. Il consenso degli elettori oggi è molto fluttuante, le opinioni si modificano alla rapidità dei social network. Grandi entusiasmi lasciano spazio rapidamente a grandi delusioni, soprattutto quando vi sarà la prova della realtà. Questo vale soprattutto per i leader del Movimento 5 Stelle, che hanno promesso la luna ai proprio elettori, esponendoli a un ampio margine di delusione.

E qual è invece, secondo lei, il più grosso rischio che corre il Paese sotto la leadership Salvini- Di Maio?
C’è un problema strategico culturale. Un pezzo di questo governo ha un sapore antico, quello di un forte interventismo statale. Coltiva il pensiero che il Paese possa crescere anche se non si alimenta l’impresa, la formazione, il mercato. Un idea di decrescita estremamente pericolosa, questa, radicata nella cultura di governo del 5 stelle. Il secondo rischio è nel non capire che tecnocrati ed Europa non sono un’entità ostile, ma un ancora di salvezza per un paese con un enorme debito pubblico come il nostro, che non può permettersi di apparire incerto, insolvente e spendaccione di fronte ai suoi creditori. Questo è un problema serio che rischia di portare l’Italia fuori della Europa e ai confini del sistema internazionale.

Nel suo editoriale post-elezioni, scriveva che “venticinque anni di seconda repubblica ci hanno consegnato un sistema politico ai limiti del collasso.” Il rischio è che si tenda sempre a percepire quello che si sta vivendo, come il periodo di crisi più profonda del Paese. Se pensiamo agli ultimi settant’anni, c’è stata la guerra, poi la ricostruzione all’interno dei confini tracciati in Italia dal confronto bipolare, la preminenza della Democrazia Cristiana, gli anni di piombo, poi il Craxismo e, con mani pulite, la fine di un sistema politico e l’ascesa del Berlusconismo. Quello che stiamo vivendo adesso è davvero il periodo di massima crisi del sistema politico in Italia, secondo lei?
E’ un’ottima domanda. Credo che sia il periodo di massima trasformazione, questo sì. Per la prima volta sono quasi scomparse le forse storiche della democrazia italiana del dopoguerra. In qualche modo anche Forza Italia e il PD erano eredi dei grandi partiti storici della prima repubblica. Le categorie di destra e sinistra oggi non esistono più. Ad esse, nella retorica dei nuovi partiti al governo, si contrappongono esclusi vs élite, identità territoriale vs globalizzazione, Italia vs Europa. Penso che il Paese abbia avuto periodi più drammatici dell’attuale, sebbene la percezione ora sia diversa. Era senz’altro più spaventoso il dopoguerra, così come sono stati terribili gli anni di piombo. Certamente, però, sia nel dopoguerra che negli anni 70 e 80, c’era voglia di cambiamento, un ascensore sociale che ancora funzionava, una spinta alla crescita. Oggi siamo una società che vive meglio, ma in cui manca il fuoco sacro che ci faccia vedere un futuro, e ci faccia venir voglia di costruire. Adagiarsi su questo sentimento di rassegnazione e coltivarlo con il reddito cittadinanza è sbagliato.

Lo dicono in molti, questo. Che i giovani abbiano smesso di partecipare, di costruire spazi di azione ed associazionismo, di agire da gruppo d’interesse compatto e, in buona sostanza, di lottare. Perché, secondo lei?
Ci sono ragioni economiche: un mercato del lavoro frammentato e in declino che non permette ai giovani di costruire e di creare percorsi solidi. Funzionava meglio prima la catena che permetteva ai genitori di investire nella formazione dei figli, sapendo che questo gli avrebbe permesso di costruirsi un futuro adeguato. Oggi il meccanismo si è inceppato. A questo si unisce una burocrazia tremenda per quel che riguarda le imprese, un sistema istruzione poco permeabile alle novità, e da qui questo senso di immobilità. Manca prospettiva per il futuro, lavorativo soprattutto. Questo genera sfiducia e incertezza, mentre il mondo digitale porta ad esasperare le reazioni di pancia e ad approfondire poco, e questo accentua il problema culturale.

Tornando ai leader. Quali sono, secondo lei, le caratteristiche che deve avere il leader del futuro in Italia?
Il leader non è un uomo solo al comando, ma personalità di diversi settori della vita politica, economica e sociale che hanno una visione condivisa di dove vogliono portare il paese. Il leader è colui che riesce ad aggregare queste figure intorno a sé, e a costruire un team dove vi siano le competenze necessarie e la capacità di ascolto per dare al leader ciò che a lui manca, e costruire un progetto di lungo termine capace di generare fiducia e azioni concrete, non soltanto consenso estemporaneo,. Avere una visione, saperla perseguire ed essere in grado di formare e mantenere una classe dirigente a guida del Paese.

Nel contesto delineato, quale ruolo per il giornalismo? Nel un suo editoriale post-elezioni lei scriveva: “Nei prossimi mesi il giornalismo dovrà dimostrare serietà, raccontando il nuovo, ma dovrà anche essere rigoroso e severo nei giudizi.” Sta accadendo, secondo lei?
Io spero, e credo, che il Corriere lo stia facendo seguendo la sua tradizione di giornale fattuale, non fazioso o improntato al pregiudizio, basato sul pluralismo delle opinioni. E’ fondamentale, oggi più che mai, far capire che non esiste un opinione unica attraverso cui inquadrare un fatto. La realtà è estremamente complessa, e il giornalismo ha il dovere di catturare tale complessità, pur rendendola in mood semplice ai lettori. Ma è anche importante essere severi, da un punto di vista dell’analisi, quando si percepisce un rischio. Naturalmente non è semplice, perché anche giornalisti a volte si fanno trascinare dalle emozioni o dal gorgo dei social e si perdono, ma credo il Corriere ci stia in massima parte riuscendo.

Che consiglio vuole dare a un giovane che intraprende la strada del giornalismo oggi?
Di togliersi dalla testa che tutti possano essere giornalisti, il giornalismo è una professione che comporta un percorso di studi serio, una formazione, la capacità di lavorare su diverse piattaforme e livelli. Questa diversificazione culturale deve fondarsi su una solida preparazione culturale ed un’etica altrettanto solida. Non farsi travolgere dall’onda facile dell’emozione e dei social network. E’ molto semplice avere un opinione urlata su tutto, molto più difficile è essere seri e rigorosi, documentarsi. Non ci sono soluzioni facili per questioni difficili, e raccontare bene un fatto o esaminare e comprendere una situazione economica non è semplice. Dobbiamo creare una nuova generazione di giornalisti. Una delle cose di cui vado orgoglioso di questo mio periodo di direzione, è che aver riportato il giornale in una situazione economica positiva mi ha permesso di assumere qualche giovane. Questo mi ha dato un barlume di speranza, mi ha ricordato di quando questa era la prassi, la normalità. Mi ha ricordato di come io stesso sono entrato.

Fonte: www.the-newsroom.it – di Sara D’Agati

Link: http://www.the-newsroom.it/berlusconi-renzi-salvini-maio-analogie-differenze-leader-definito-litalia-della-seconda-repubblica/?fbclid=IwAR0Hn_c_ok2JY_1Olyt83ViogYPFjGTTjFic3hPg4fMmQce0PGLtCzFFZII

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