Caro Di Maio, il governo non deve dirci come passare la domenica

Luigi Di Maio ormai lo abbiamo capito, è un soluzionista. Uno, cioè, che porta consensi al proprio operato e al Movimento 5 Stelle ricorrendo all’ipersemplificazione come stile di comunicazione politica ed evidentemente anche come approccio alla (nostra) vita. Salvo poi infilarsi in labirinti (apparentemente) senza uscita, fatti di contraddizioni col passato e probabili pasticci sul futuro, dai quali sbuca semplicemente passando ad altro. L’impeachment per Sergio Mattarella è stato, da questo punto di vista, il punto più alto del soluzionismo dimaiesco. Egli non vede la complessità intorno a sé ma solo una società di corrotti e sfruttatori o, nella migliore delle ipotesi, di ebeti che non ci aveva pensato prima.

E invece c’è lui a pensarci, il super ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico all’angolo per il tradimento sull’Ilva e su una quantità di altri fronti, schiacciato dal pachiderma Salvini e dalla sua ciurma di stregoni digitali che grattano ogni giorno la pancia del Paese.

Adesso Di Maio ci riprova con una vecchia battaglia dei grillini, la chiusura domenicale dei negozi. Addio liberalizzazioni nel fine settimana e nei giorni festivi. Scatteranno delle turnazioni, tutte da capire. In un centro commerciale con 200 negozi 50 saranno aperti e 150 chiusi? Chissà, tutto è possibile col soluzionismo del capo politico pentastellato, il vicepremier che pensa di far sparire i problemi cancellandoli dal calendario dell’iPhone di Rocco Casalino.

Le diverse proposte di legge depositate, una M5S e l’altra Lega (c’è n’è anche una di altro stampo del Pd), riguardano tutti gli esercizi e imporrebbero la chiusura domenicale tassativa con eccezione di piccoli esercizi di località turistiche, dei comuni montani e delle attività balneari o, a seconda del documento che si consulta, i soli comuni a carattere turistico. Per il resto, negozi aperti poche domeniche e festivi (da 8 a 12 in base alle diverse proposte) in base, se possibile, a piani regionali che orchestrino all’unisono il concerto delle saracinesche.

Fra le ragioni, inserite nel ddl o dichiarate a voce, c’è un po’ di tutto: dal Carroccio che vorrebbe restituire alle famiglie il piacere di “passeggiare all’aria aperta” – come se i centri commerciali deportassero le persone sequestrandole nei propri locali e appiccando il fuoco alle oasi del Wwf, che invece sono sempre lì – alla volontà di difendere i piccoli eserciziobbligando anche i giganti a chiudere fino alla voglia di spingere le persone a visitare i borghi, come se le città d’arte italiane non fossero già prese d’assalto ogni weekend. Anche Amazon & co. dovranno chiudere: un ordine online potrà certo essere effettuato di domenica mattina ma non potrà essere lavorato prima di lunedì. Il che, tecnicamente, non si sa cosa significhi. Forse i centri di distribuzione dovranno rimanere serrati nel fine settimana? Siamo all’assurdo commerciale che secondo alcuni porterà a una riduzione di 50mila posti di lavoro (ottimo secondo tempo del decreto dignità) e soprattutto non coglie in alcun modo il cuore del problema: che non è quando si lavora ma come, in quali condizioni, e secondo quali vincoli.

La questione è questa, e non altra. Invece di chiudere i negozi la domenica, paga di più e meglio chi ci lavora e trova un modo per evitare che venga obbligato a farlo. Tutto il resto è Stato paternalista, l’anticamera dello Stato etico, cioè fascista, che dice al cittadino ciò che è bene e male o come dovrebbe trascorrere il suo tempo. 

Il quadro è senza dubbio da regolamentare con più attenzione: il lavoro può diventare una prigione, c’è di tutto, fra chi lavora ne negozi dei centri commerciali o degli outlet – Partite Iva, provvigioni, contratti part-time, lavori a chiamata e così via – gli orari possono essere molto lunghi e spesso l’impiego domenicale non è una scelta ma un obbligo dettato o dal basso compenso di partenza o peggio dalle pressioni di proprietari e gestori. Ma questo che c’entra coi borghi, coi negozietti di quartiere dai prezzi tripli e i servizi peggiori rispetto a un supermercato, con l’aria aperta? Che c’entra con le opportunità dei clienti che invece apprezzano le aperture domenicali, ossigeno per una settimana sempre più costipata? Nulla: è un problema di dignità lavorativa su cui occorre intervenire.

Soprattutto, come si permette la maggioranza pentagrillina di dirci come dobbiamo spendere il nostro tempo? Le liberalizzazioni, di cui si può e si deve discutere anche per capire se funzionano, vanno sposate a tutele maggiori ma il punto di partenza per cui un governo ci dica qualcosa del tipo “la domenica state in famiglia, andate al mare, fate altro ma non la spesa né un po’ di shopping perché siete pessime e tristi persone che sfruttano i poveri commessi” non esiste se non in una certa idea di pseudocontestazione a quel modello capitalistico che tuttavia il governo tradisce ogni giorno, vedi ancora il caso Ilva. Alcuni hanno scritto che con queste uscite il Movimento 5 Stelle fa politica con la P maiuscola, perché ha intesta un’idea di società che accontenta qualcuno e scontenta qualcun altro. Questo sarebbe vero se il disegno in questione fosse lineare e coerente. Ma questa non è politica, non ne ha il retroterra, la cultura e il significato: è soluzionismo allo stato puro.

I commessi deve ovviamente difenderli lo Stato, non i clienti, trattando con le catene, imponendo non letture della vita personale ma garanzie di quella lavorativa, capendo a fondo il fenomeno, non nelle interpretazioni a naso del primo che passa. Con loro, magari, dovrebbe difendere anche tutte le altre categorie che invece non conoscono davvero domeniche, neanche una ogni tanto, ma che al solito nell’ipersemplificazione del bianco e del nero non sono neanche pervenute.

Fonte: wired.it

di Simone Cosimi – del 10 Settembre 2018

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