Ribellarsi contro gli incompetenti

Ribellarsi contro gli incompetenti

Nel linguaggio della rete, il termine “troll” indica un soggetto che interagisce con altri soggetti inviando ai propri bersagli messaggi provocatori, irritanti, spesso fuori tema, spesso del tutto sconclusionati, con l’unico obiettivo di far perdere tempo al suo prescelto e possibilmente di farlo impazzire. Alcune volte i “troll” vengono prodotti con un algoritmo seriale, altre volte vengono prodotti dalla mente bacata di qualche smanettone con molto tempo da perdere e in qualche paese, indovinate quale, può persino capitare che il metodo del troll venga scelto come linea guida per governare una nazione. E quando un governo viene tarato sul metodo del troll – quando cioè si fa dell’incapacità una virtù, dell’ignoranza un pregio, dell’incompetenza una qualità – è naturale osservare le stesse scene a cui l’Italia assiste ormai da qualche settimana.

Ogni competente con la testa sulle spalle che critica un incompetente fuori dal mondo diventa un nemico del popolo e allo stesso modo ogni esperto che prova a mettere il dito nella piaga dell’ignoranza populista diventa un soggetto da eliminare. Nel giro di due mesi, lo abbiamo visto quando si è trattato di parlare di lavoro, quando si è trattato di parlare di debito pubblico, quando si è trattato di parlare di crescita, quanto si è trattato di parlare di investimenti, quando si è trattato di parlare di vaccini, lo schema che si è ripetuto è in fondo sempre lo stesso: l’incompetente per sopravvivere al competente ha la necessità di delegittimare il competente, di trasformarlo in un esponente della casta ed è costretto a spacciare così la propria purezza come se fosse un segno di vicinanza al popolo sovrano, negando naturalmente che in realtà l’incompetenza che viene venduta come se fosse una carta per avvicinare la politica al popolo in realtà non è altro che una carta per svuotare la politica e renderla più vulnerabile.

Lo schema descritto può funzionare se il competente accetta di farsi passare sopra con la ruspa, ma non può funzionare se l’incompetente si ritrova di fronte figure decise a portare avanti una sana intolleranza contro i professionisti della fuffa. E in una fase storica come quella attuale in cui l’opposizione non riesce a trovare una voce che sappia martellare contro le pazzie populiste capita che a graffiare il governo dei troll siano alcuni anti troll che a poco a poco stanno maturando in quello spazio sottile che separa il perimetro della politica da quello dell’impegno civile. A Salvini e Di Maio fa più male un’intervista di Roberto Burioni che un intervento di Maurizio Martina. A Salvini e Di Maio fa più male una relazione di Tito Boeri che un intervento di Adriano Galliani. A Salvini e Di Maio fa più male un graffio di Marco Bentivogli che un intervento di Susanna Camusso. A Salvini e Di Maio fa più male un fact checking di Carlo Cottarelli che un piagnucolamento di Roberto Saviano. Il partito dei competenti non è ancora un partito ma se mai i Burioni, i Bentivogli, i Cottarelli e persino i Boeri dovessero decidere di mettersi insieme e di scendere in qualche modo in campo avrebbero la possibilità di dimostrare che l’unico modo che ha la società civile per provare a influenzare il dibattito politico non è usare la propria autorevolezza per costruire appelli demagogici contro il nemico di turno, ma è usare la propria competenza per smascherare la truffa dell’estremismo populista e ribellarsi così ai pericolosi professionisti della ribellione. Lo schema c’è, i contenuti pure, i volti non mancano. Un partito oggi non c’è. Domani chissà.

 

Fonte: Il Foglio – di Claudio Cerasa

del 08 Agosto 2018

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