[Il retroscena] I 45 sottosegretari del governo Conte non hanno nulla da fare. Il duello crea la paralisi

[Il retroscena] I 45 sottosegretari del governo Conte non hanno nulla da fare. Il duello crea la paralisi

Si aggirano per le stanze del governo 45 personaggi in cerca di autore. E di qualcosa da fare. Dovrebbero individuare temi, proporre soluzioni, in una parola governare. A sentire qualcuno di loro avrebbero anche molta voglia di farlo perché così “la faccenda sta diventando oltre che noiosa anche deleteria nel senso che non fa bene all’immagine del governo”.

Questione di potere

Ci sono 45 tra sottosegretari e viceministri in attesa da un mese dell’attribuzione delle deleghe, di sapere cioè di cosa si devono occupare nell’ambito dei rispettivi ministeri. Dietro la questione dei ruoli c’è una pura questione di potere. Senza le attribuzioni governative non toccano palla, nel senso che tecnicamente non possono aprire dossier, fare proposte, presentare disegni di legge, incardinarli in Commissione, avviare cioè l’iter legislativo. E dire che “il contratto di governo” avrebbe un’agenda importante di provvedimenti da presentare e portare avanti. E la stessa cronaca – pensiamo ad esempio alla faccenda dei porti, chi attracca e chi no, o a quella immigrazione per non parlare di Difesa, Esteri ed economia – imporrebbe di giorno in giorno scelte e decisioni. Che vengono però trattate dai ministri competenti come fossero bandierine da piantare in campagna elettorale scatenando conflitti e invasioni di campo da parte dei due contraenti il patto di governo.

lla di fatto

Anche l’ultimo consiglio dei ministri, il numero 9 della scorsa settimana, non ha potuto che prendere atto dell’ennesimo nulla di fatto. I risultati sono quelli che vediamo: 9 riunioni del consiglio dei ministri; due mini decreti approvati (tribunale di Bari e rinvio della fatturazione elettronica per i benzinai); il “decreto dignità” bloccato dal fuoco incrociato Lega-M5s e dalla mancanza di coperture e non ancora pubblicato in Gazzetta sebbene licenziato una settimana fa; le commissioni senza lavoro; le aule ancora peggio. La scorsa settimana non hanno lavorato. Quella in corso ha all’ordine del giorno un question time e qualche seduta per la nomina della Commissione sui rifiuti. Il Transatlantico di Montecitorio è vuoto, si aggirano pochi e rari parlamentari. Nel frattempo gli stipendi corrono.

45 giorni in carica

Il governo ha giurato 45 giorni fa dopo tre mesi di trattative. Il premier Giuseppe Conte è un oscuro oggetto del desiderio che passa da un missione all’estero all’altra ma “in casa” non concede neppure la tradizionale conferenza stampa post consiglio dei ministri. I giornalisti dovrebbero accontentarsi delle dirette Facebook e delle veline diligentemente veicolate da puntuali portavoce. Maiun contraddittorio o un confronto in una “vecchia” e sempre utile conferenza stampa. Le Camere sono state sciolte ai primi di gennaio. Si può dire che il Parlamento non fa nulla o quasi da sette mesi. Fosse successo nel 2013, il Movimento 5 Stelle sarebbe già sul tetto di Montecitorio a gridare contro la casta.

L’altra faccia del conflitto interno

Le situazioni cambiano. I ruoli anche. Il punto è che la mancata distribuzione delle deleghe – sono state assegnate e quindi pubblicate in Gazzetta “solo” quelle dei tre sottosegretari alla Presidenza (il leghista Giorgetti, i grillini Spadafora e Crimi) – è l’altra faccia del duello Lega-M5s. Un duello che non sarebbe esagerato a questo punto definire “paralizzante”.
Le deleghe non vengono assegnate perché Lega e 5 Stelle non si fidano l’uno dell’altro e poichè il tema è impedire che “l’altro” ostacoli o faccia ombra all’azione del ministro titolare. E del resto non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso quando la mappa dei ministeri fotografa un criterio chiave: dove c’è il ministro della Lega, ci sono due sottosegretari grillini a fare da controller e viceversa.

La Lega vuole “i porti”

Qualche esempio può essere utile. Edoardo Rixi, sottosegretario lumbard al ministero Trasporti e Infrastrutture, aspetta da oltre un mese la delega ai porti che in questo mese sono stato l’argomento su cui Salvini, dal Viminale e quindi invadendo competenze di altri, è riuscito ogni giorno a far parlare di sè. Diventa così molto più chiaro perché Danilo Toninelli, ministro a Trasporti e Infrastrutture, non molla la delega a Rixi. Nulla si sa dell’altra delega importante di quel dicastero, le Grandi opere, dalla Tav al Tap, su cui Lega e 5 Stelle non hanno mai fatto mistero di avere opinioni opposte. Al ministero della Difesa, guidato dalla grillina Trenta, il sottosegretario Volpi (Lega) comincia ad essere impaziente. Di sicuro la ministra, visto che Salvini ha messo bocca anche sulle missioni militari nel Mediterraneo, non ha intenzione di dare a Volpi deleghe di peso. In via Veneto, dove si fronteggiano i ministeri chiave del Lavoro e dello Sviluppo economico, il superministro Luigi di Maio non molla un centimetro di potere, cioè deleghe, ai sottosegretari leghisti. Già ci pensano Salvini e l’Economia a bloccare il decreto dignità, figurarsi cosa potrebbe succedere quando anche i sottosegretari lumbard avranno pieni poteri e mano libera. Roba che uno si sveglia la mattina e si trova i voucher già approvati in aula. Con i voti delle opposizioni, però.

Lite sui “giochi”

All’Economia i conflitti sono tanti e ruotano intorno al ministro Tria che ha chiarito in ogni modo di non essere disposto a sforare i parametri europei in nome di reddito di cittadinanza e flat tax. Ma ci sono anche tra la viceministra Laura Castelli e il leghista Massimo Bitonci. Entrambi hanno il pallino dei giochi, ma da punti di vista opposti: Castelli li vorrebbe abolire; per Bitonci danno posti di lavoro e sono un pezzetto di pil. E così, nel dubbio, la delega resta al ministro Tria che la tiene lì, senza esercitarla. Al Viminale, il regno di Salvini, ci sono ben quattro sottosegretari (Candiani e Molteni della Lega; i pentastellati Carlo Sibilia e Luigi Gaetti) in attesa di sapere cosa fare. Uno di loro diventerà viceministro e avrà la delega assai pesante alle pubblica sicurezza. Lo schema Cencelli usato per fare il governo prevede che questo incarico sia attribuito ai 5 Stelle. Salvini, per ora, se lo tiene stretto come un figlio.
Storie analoghe si trovano in quasi tutti i ministeri. Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia e della Disabilità, vorrebbe “prendersi” i fondi e quindi la delega per le assunzioni dei disabili che sono però incardinati al ministero del Lavoro e a cui Di Maio non vuole rinunciare. La sottosegretaria leghista Giuseppina Castiello chiede deleghe al ministro per il Sud Barbara Lezzi (M5s) che preferisce non condividere.

Salvini s’impone

Il ministro Salvini per ora è riuscito ad imporsi “solo” sul Turismo. Nella passata legislatura la delega era parte del portafoglio del Mibact (Ministero dei beni artistici e architettonici) e rispondeva alla logica che il turismo in Italia è soprattutto legato all’arte. Nel governo lega-stellato si è pensato invece che il turismo sia maggiormente legato al food e all’enogastronomico. Questione di punti di vista. Fatto sta che la delega al Turismo è stata tolta al ministro Alberto Bonisoli, direttore del Naba a Milano, e data al ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio (che nella vita è direttore commerciale di un tour operator, ma è solo un dettaglio). Si tratta di deleghe ricche, hanno finanziamenti e, se gestite con capacità, possono dare molta visibilità. Occasioni preziose. Per non perdere terreno Di Maio ha ottenuto una misura gemella: ha azzerato a palazzo Chigi la struttura di missione “Italia sicura” per la messa in sicurezza idrogeologica e antisismica del paese e l’ha trasferita al ministero dell’Ambiente affidato al generale dei Carabinieri Raffaele Costa (M5s).

L’ordine è “marcare a uomo”

Nella rincorsa con marcamento a uomo che contraddistingue la convivenza a palazzo Chigi di Lega e 5 Stelle, da notare che anche sul ministro Paolo Savona, Salvini sembra aver ottenuto qualcosa in più rispetto a Di Maio: l’economista che era uscito dalla “porta” principale del governo (su di lui il veto del Quirinale per le posizioni no euro), rientra dalla “finestra” avendo avuto due giorni fa, come ministro per gli Affari europei, l’attribuzione di un pacchetto di deleghe pesanti. Savona non sarà, come ipotizzato da molti, solo un notaio sulle procedure d’infrazione europee ma ha avuto carta bianca per partecipare con il ministro Tria ai Consigli europei su Eurozona, conti e investimenti pubblici. Deleghe con cui può rendere assai difficile la vita agli eurocrati di Bruxelles.

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