Brutte notizie, Salvini e Di Maio: tutte le vostre promesse sono carta straccia

L’inverno sta arrivando, anche se è piena estate. Il Centro Studi di Confindustria ha annunciato che nei prossimi due anni crescerà meno del previsto: più precisamente, dell’1,3% nel 2018 e dell’1,1% nel 2019. Pesa l’incertezza sulla fine degli incentivi, dicono, ma soprattutto pesano le tensioni internazionali e i dazi di Trump, perché la nostra economia vive di export e di frontiere aperte e di tutto ha bisogno fuorché di un mondo che si chiude. Sembra una cosa da niente, non lo è. E questo dovrebbe darci l’idea di quanto la strada sia stretta, per il nostro Paese, di quanto le bacchette magiche esistano solo nelle favole, di quanto le avventure romantiche con populisti a cavallo e sovranisti dal mantello verde facciano battere forte il cuore di speranza, ma finiscono sempre per infrangersi contro la dura realtà.

La dura realtà, oggi, si chiama rapporto deficit/Pil. Che cresce, se il denominatore cresce meno del previsto. E, sempre secondo Confindustria, impone al governo una manovra correttiva di 9 miliardi per il prossimo anno, per tenere i conti in ordine. Manovra correttiva, lo diciamo ai meno avvezzi al linguaggio da ministero del tesoro, vuol dire 9 miliardi di spese in meno o di tasse in più. Che si aggiungono, non dimentichiamocelo, ai 12,4 miliardi di euro da trovare per disinnescare l’aumento dell’Iva al 24% a partire dal 1 gennaio 2019.

Tutto questo vuol dire una cosa sola. Che di tasse che scendono e spesa pubblica che cresce, a questo giro, non se ne parla. Niente reddito di cittadinanza, niente decreto dignità, niente “superamento” della legge Fornero, niente flat tax. «Parliamo di provvedimenti di un programma di legislatura», ha puntualizzato ieri il ministro Giovanni Tria. Come a dire che se ne parlerà a babbo morto, quando l’economia lo permetterà. Quindi nemmeno nel 2019, par di capire, visto che la crescita del Pil continuerà a contrarsi. L’unica cosa possibile, per raggranellare due lire in più, è il maxi condono – pardon, pace – fiscale proposto da Matteo Salvini. Ma dura un anno e quindi non può finanziare interventi strutturali.

Sappiamo che a settembre, poco prima della legge di bilancio, arriverà un più che probabile declassamento dell’Italia da parte di alcune agenzie di rating come Moody’s, che peggiorerà ulteriormente le cose. E che tutto questo non farà che alzare ulteriormente i costi di rifinanziamento del debito, peggiorando i conti pubblici per gli anni a venire

Quanto questo possa avere ripercussioni politiche sulla maggioranza, sulla squadra di governo e sul ministro “menagramo” non lo sappiamo. Sappiamo però, perché l’abbiamo già vissuta con altri esecutivi e perché sta già accadendo, cosa succede in questi casi. Che l’Italia, nella persona del suo presidente del consiglio, va in Europa col cappello in mano a chiedere flessibilità, come un bimbo dalla mamma, promettendogli di lavare i piatti in cambio della mancetta. E puntuale, giusto ieri, Giuseppe Conte ha promesso che l’Italia si prenderà carico dei rimpatri dei richiedenti asilo se da Bruxelles si allenteranno un po’ i cordoni della borsa, permettendoci di fare un po’ di deficit in più, giusto per consentire a Salvini e Di Maio di poter dire che qualcosa hanno combinato, da qui alle elezioni europee. Esattamente come fece Renzi nel 2015, prendendosi il coordinamento centrale per i salvataggi in mare dei migranti del Mediterraneo in cambio di qualche decimale di deficit in più.

Non sappiamo nemmeno se accadrà. Ma sappiamo che lo spread è già a 258 punti base e che un peggioramento dei conti pubblici – ad esempio una crescita del deficit e del suo rapporto col Pil – non farà altro che seminare incertezze sulla sostenibilità dei nostri conti pubblici, cosa che lo farà ulteriormente impennare. Allo stesso modo, sappiamo che a settembre, poco prima della legge di bilancio, arriverà un più che probabile declassamento dell’Italia da parte di alcune agenzie di rating come Moody’s, che peggiorerà ulteriormente le cose. E che tutto questo non farà che alzare ulteriormente i costi di rifinanziamento del debito, peggiorando i conti pubblici per gli anni a venire.

La cosa buffa è che sono tutte cose che si potevano immaginare anche sei mesi o un anno fa, senza sfere di cristallo, quando i programmi di Lega e Cinque Stelle raccontavano di misure espansive da 100 miliardi senza coperture o vaneggiavano di aumentare il deficit per ridurre il debito pubblico. Perché la realtà è complessa, i problemi complessi, e il sentiero è e sarà sempre più stretto, se non ci decideremo ad affrontare i nodi strutturali alla base del nostro declino, primo fra tutti un debito pubblico troppo grande per un’economia troppo piccola come la nostra. E se non lo faremo, almeno una volta, guardando in faccia alla realtà anche nella cabina elettorale. Niente da fare: noi vogliamo sognare in pace. Adesso però è suonata la sveglia.

Fonte: Linkiesta – di 

del 28 Giugno 2018

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