Manifesto per un nuovo Pd non populista

Tommaso Nannicini ha scritto il primo giugno un trafiletto sul Foglio con il quale concordo. “Euro sì, Euro no: è una battaglia giusta, ma non può essere l’unico spartiacque elettorale”. E la minaccia dello spread “non può essere l’unica arma elettorale”. “Facciamo toccare con mano – con proposte che parlino alla vita, al lavoro, al futuro delle famiglie e dei loro figli – perché l’interesse nazionale si difende in Europa e non fuori”. Un programma titanico, visti gli orientamenti elettorali attuali e gli stessi dissensi tra gli esperti: niente di meno che distribuire le cause delle nostre difficoltà di crescita – e dunque di attuare riforme che “parlino alla vita, al lavoro, al futuro” – tra colpe del nostro paese e dei suoi ceti dirigenti e colpe attribuibili all’Euro e alla sua gestione. E convincere una gran massa di elettori arrabbiati che questa analisi dei nostri guai è quella giusta, l’unica da cui possano discendere misure in grado di attenuarli.

Naturalmente Nannicini si rende conto della difficoltà del compito e invoca uno “sguardo lungo e piedi per terra”. Ma proprio per avere uno sguardo lungo e piedi per terra il Pd ha di fronte ha sé un compito che deve svolgere in tempi brevi, e con coraggio. Lo ricorda il commento lapidario che il Foglio ha apposto all’articolo: “Tutto giusto: ma quale volto si intesta la battaglia per questa sana e saggia alternativa?”. Insomma, quando fate un congresso che chiuda la fase Renzi, riconoscendo i sui errori ma anche i suoi meriti, e senza cadere negli errori ancor più gravi della lunga fase precedente, ipnotizzata dalla lotta contro Silvio Berlusconi? Guai se vi attardate in una pura demonizzazione degli avversari, utilizzando contro di loro qualsiasi argomento, anche proposte populiste o argomenti che la gente comune non è in grado di capire!

Si deve trattare di un vero congresso, rifondativo, da cui emerga un leader, colui che propone l’“analisi della fase” (internazionale, europea, italiana: una volta si diceva così) più convincente e approfondita, e sulla base di questa definisca i compiti del partito e i ruoli del suo ceto dirigente, a partire da quello del segretario. Questo è quanto chiedeva sempre, incurante del rischio di ripetersi, Alfredo Reichlin sulla scia di Togliatti; ma è anche quanto fecero in modo più duttile i grandi leader democristiani, soprattutto Alcide De Gasperi e Aldo Moro. Una visione storica profonda dell’Italia all’interno del contesto internazionale e delle esigenze di consenso elettorale nel paese che c’è. E il paese che c’è adesso è quello che si è fatto convincere dalle promesse impossibili e dannose della Lega e dei Cinque stelle, ma soprattutto dalle loro critiche contro quella “casta” cui vengono attribuiti, insieme all’Europa e alla moneta unica, tutti i guai del nostro paese.

Il problema che ogni linea di sinistra liberale deve affrontare: come convincere gli elettori di alcune elementari verità? Che per distribuire di più senza far debiti o bisogna essere in grado di produrre di più e quindi diventare più efficienti, o togliere ad alcuni quanto si vuole dare ad altri: i conti vanno fatti seriamente.

 

I pezzi analitici di una “analisi della fase” sono già disponibili – i progressi nelle discipline di political economy (storia, economia, scienze politiche, sociologia) sono stati notevoli in questi ultimi trent’anni – e aspettano solo chi dia ad essi una sintesi politica convincente. Convincente perché declinata secondo i valori della sinistra, per quanto è possibile sostenerli realisticamente in questa fase storica. Quel che vedo più difficile è un altro passaggio indispensabile del prossimo congresso: una valutazione critica, col senno di poi, degli “errori” commessi dai diversi leader che si sono succeduti alla guida del più grande partito della sinistra italiana, e delle ragioni che li hanno motivati. Anche per questo aspetto dell’analisi non manca un’ampia letteratura comparatistica, sui caratteri comuni o idiosincratici della crisi dei partiti della sinistra di governo nei paesi di capitalismo avanzato. Tra quelli dedicati al Pd, il lavoro migliore, per la grande quantità di dati originali, la robustezza dell’impianto teorico e l’auto-controllo ideologico esercitato dai due autori, è quello di Paolo Natale e Luciano Fasano, L’ultimo partito:10 anni di Partito Democratico, 2017, che non contiene però informazioni sulla batosta elettorale del 4 marzo 2018 (ma si possono vedere gli ottimi contributi del Cattaneo).

Ho parlato di errori dei diversi leader nei dieci anni di vita del Pdma il casus belli è ovviamente Matteo Renzi, con i fulminanti successi iniziali fino alle elezioni europee, e poi le sconfitte: in molte elezioni locali, nel referendum costituzionale, fino al misero risultato del 4 marzo. Dopo l’esito referendario, Renzi si era dimesso da presidente del Consiglio e segretario del partito ma, essendo la direzione (e l’assemblea) in buona misura composta da quadri a lui vicini, lui stesso presente e attivo nel partito e ora anche senatore, la sua influenza è sempre molto forte: determinante, ad esempio, nella cruciale decisione (che personalmente approvo) di impedire una coalizione governativa con i Cinque stelle. Ma così non si può andare avanti per molto a fronte delle continue riserve e dei malumori – diciamo così – che serpeggiano nel partito e delle sfide che esso dovrà affrontare nei confronti del nuovo governo e delle altre opposizioni. Un punto fermo dev’essere messo al più presto. Al più presto, in un vero congresso, che esprima un segretario autorevole, una “analisi della fase” articolata e condivisa, una valutazione del renzismo scevra da “servo encomio” (questo ormai scarseggia) e “codardo oltraggio” (che invece abbonda). Per come si stanno mettendo le cose, nel congresso si combatteranno essenzialmente due posizioni, entrambe critiche della segreteria Renzi, ma critiche da due punti di vista diversi (poi forse ci saranno, sui due estremi delle spettro, i pasdaran del giglio magico e i vari Emiliano & Co: non si possono limitare a due sole le mozioni congressuali).

Il primo punto di vista è quello di coloro che hanno fortemente voluto il Partito democratico come partito riformista di governo, con una linea politica di sinistra liberale. Solo questo cerco di illustrare: l’altro punto di vista, quello di coloro che considerano Renzi una parentesi infausta nel decorso naturale di un partito socialdemocratico, da chiudere il più rapidamente possibile, e dunque l’attuale Pd come un partito che non appartiene alla sinistra, non è oggetto di queste note. L’oggetto è la linea politica del primo segretario del Pd, Veltroni, pur con suggestioni da Terza via che oggi suonano troppo ottimistiche, linea poi rovesciata da Bersani e ripresa, in versione rottamatoria, da Matteo Renzi. E parto riconoscendo che si tratta di una linea che presenta notevoli difficoltà per un partito erede delle tradizioni socialiste e cattoliche di sinistra, difficoltà rese evidenti dagli insuccessi di tutti i partiti socialisti europei.

In un contesto di globalizzazione neoliberale e di piena libertà di circolazione dei capitali, la crescita economica è stata ovunque modesta nei paesi già industrializzati e si è accompagnata a forti disuguaglianze nei redditi: in queste condizioni il tradizionale messaggio di uguaglianza e di benessere diffuso della sinistra – quello che ne aveva determinato i grandi successi nel primo trentennio del dopoguerra – è poco credibile. Ancor meno credibile in paesi che non si sono dati per tempo strutture economiche e istituzionali adatte ad affrontare la situazione: è vero che la crescita si è indebolita e le diseguaglianze si sono rafforzate ovunque, ma in Italia assai di più che altrove. Se infine si aggiunge l’effetto politico dell’immigrazione nei paesi ospitanti, effetto devastante per una sinistra che non voglia abbandonare del tutto i suoi principi, il quadro è grosso modo completo: come sperava Renzi di andare in controtendenza, quando i successi dei Cinque stelle erano già evidenti e chiara l’intenzione della Lega di cavalcare una lotta senza quartiere all’immigrazione?

Il modo in cui Renzi ha sperato di farlo – complicato dal tentativo di consolidarlo con una riforma costituzionale che ha voluto intestarsi e una riforma elettorale che avrebbe dato, nel caso di una sonora sconfitta referendaria, una sicura vittoria ai Cinque stelle – ha rivelato seri limiti nella sua leadership, una sottovalutazione delle difficoltà che il suo tentativo di riforma avrebbe incontrato, una carenza di riflessione e cultura politica almeno equivalenti alla sua energia di leader carismatico e al suo indubbio fiuto politico. Dato il clima che stava montando nel paese, non sorprendono i successi della fase rottamatoria della sua ascesa: finalmente qualcosa di nuovo e di aggressivo anche in un partito di vecchi, anche tra coloro che hanno sempre fatto parte della “casta”. Ma doveva rendersi conto che la prova di governo sarebbe stata molto difficile: avrebbe dovuto moderare le sue aspirazioni e adattare la sua strategia in conseguenza. Il bilancio di riforme economiche del suo governo, data la situazione, non è stato negativo e condivido il giudizio equilibrato di Macroeconomicus sul numero 5/2017 del Mulino: Renzinomics: un bilancio. Ma di fronte alla continua ostentazione delle magnifiche sorti e progressive dell’Italia, solo una crescita economica almeno altrettanto forte di quella dei paesi con cui ci confrontiamo, solo una ripresa gagliarda dell’occupazione, solo un deciso risveglio del Mezzogiorno, solo una risposta ai problemi dell’immigrazione accettata da gran parte di cittadini (Minniti è arrivato troppo tardi), … insomma, solo successi di quest’ordine di grandezza avrebbero potuto limitare (… non impedire) la vittoria dei populisti. Ma si trattava di obiettivi irraggiungibili nel breve scorcio di una legislatura.

La situazione era infatti compromessa da decenni di riforme economiche e istituzionali non fatte quando Renzi prese in mano il partito. Ma combattere i populismi di opposizione con un populismo di governotacciare di gufi anche coloro che gli ricordavano le difficoltà dell’impresasottovalutare la gravità della situazione economica e istituzionale italianaprendersela con l’Europa e la Germania anche quando le responsabilità erano solo nostrepoliticamente è stato un errore: di fronte a risultati percepiti come parziali e mediocri esso ha tolto credibilità all’infaticabile ottimismo della propaganda renziana. E soprattutto è stato un errore mettere tutte le uova nel paniere del referendum sulla riforma costituzionale, quando era chiaro da tempo che, senza l’appoggio di Berlusconi, il risultato sarebbe stato negativo e si discuteva solo delle dimensioni dell’insuccesso. Non un crimine, perché di una riforma il sistema politico italiano ha disperato bisogno. Peggio: un errore. E gli errori politici si pagano, come Renzi sembrò aver capito subito con le sue dimissioni sia da capo del governo che da capo del partito. Capito sino in fondo?

Se così fosse stato Renzi avrebbe dovuto ritirarsi da una presenza attiva nel partito, riesaminare insieme a coloro che ancora si identificano in una linea di sinistra liberale la sua esperienza come segretario del partito e capo del governo, identificarne i punti critici e i necessari adattamenti alla nuova situazione e aiutare coloro che si faranno interpreti di quella linea nella prossima prova congressuale. Non è troppo tardi per mettersi al lavoro ma il tempo comincia a scarseggiare, perché nel frattempo bisognerà evitare che il partito, all’opposizione, mandi messaggi dissonanti nelle sue critiche al governo… critiche populiste a un governo populista! Come scrivevo all’inizio, una linea di sinistra liberale non è una linea facile: coniugare riforme effettivamente attuabili con le risorse economiche e amministrative di cui disponiamo (e nel contesto internazionale in cui l’Italia si trova) con i bisogni del paese e dei suoi ceti più deboli – ormai mobilitati dagli imprenditori politici populisti – è compito da far tremare le vene ai polsi. Renzi era e resta convinto che l’ottimismo sia ingrediente necessario del successo elettorale, e probabilmente (purtroppo) ha ragione: ma alla fine il suo ottimismo – temperato e messo a confronto con i limiti in cui l’attività di governo lo costringeva – è risultato sconfitto dall’ottimismo senza freni dei populisti.

Tre passaggi necessari: un’analisi seria della situazione economica, sociale e politica in cui si trova oggi il nostro paese; una riabilitazione del concetto di classe dirigente e di democrazia rappresentativa; un obiettivo mobilitante per le masse di elettori se si abbandona l’arma facile del populismo e delle sue promesse ingannevoli.

Di qui il problema che ogni linea di sinistra liberale deve affrontare: come convincere gli elettori di alcune elementari verità? Che per distribuire di più senza far debiti o bisogna essere in grado di produrre di più e quindi diventare più efficienti, oppure togliere ad alcuni quanto si vuole dare ad altri: e i conti economici e politici di quanto si vuol togliere, e a chi, e quanto si vuol dare, e a chi, vanno fatti seriamente. Che uscendo dalla padella della moneta unica (e non basta non volerlo, come ormai i populisti si sono rassegnati a dire, bisogna non dare facili pretesti a chi si sta attrezzando per questa eventualità: i piani B li stanno facendo in Europa quanti vogliono cacciarci dall’Euro, e sono molti) cadremmo nella brace di un sistema neoliberale ancor più severo di quello dell’Unione, senza alcuna possibilità di influire sulle regole di una globalizzazione che solo il peso politico dell’Europa potrebbe modificare. Insomma, che l’unica via d’uscita è diventare un paese più produttivo economicamente, più efficiente istituzionalmente, più civile e più onesto a tutti i livelli, non solo a quello delle classi dirigenti: un vaste programme, avrebbe detto in sintesi De Gaulle.

Come rendere attraente, senza cadere nella menzogna e nel populismo, un programma che probabilmente richiederà più legislature e un forte mutamento nella mentalità di gran parte degli elettori che hanno votato Lega o Cinque stelle?Sono tre, credo, i passaggi necessari. Il primo è un’analisi seria della situazione economica, sociale e politica in cui si trova oggi il nostro paese, quella che, un po’ scherzando, ho chiamato più sopra “analisi della fase”. Un’analisi che non deve però essere contraddetta dal modo in cui verrà fatta opposizione alle singole misure che il governo gialloverde metterà in campo. Dunque, nessuna opposizione pregiudiziale, ma anche nessuna tentazione di populismo e solo un ricorso modesto a valori e argomenti lontani dalle sensibilità e dalle conoscenze degli elettori: questi devono convincersi di avere a che fare con rappresentanti popolari competenti, seri, attenti alle loro preoccupazioni e che non si perdono in battaglie ideologiche per loro incomprensibili.

Se così avverrà, e se i media daranno finalmente una mano in quello che è in sostanza un progetto educativo, già saremmo a metà del secondo passaggio necessario: una riabilitazione del concetto di classe dirigente e di democrazia rappresentativa.

La democrazia rappresentativa è una scelta elettorale tra classi dirigenti in competizione, all’interno di un contesto di trasformazione capitalistica incessante e minaccioso: raramente l’Italia ne ha avuto una all’altezza della situazione, come già ci ricordava Raffaele Mattioli. La competenza, l’istruzione, l’esperienza sono valori, non disvalori: valgono per i politici come per i medici o gli ingegneri. Ed è un valore l’onestà e l’apertura alla concorrenza, alla circolazione delle élite: in mezzo a quelle cattive, ci sono anche ragioni comprensibili se l’immagine dei politici come “casta” inamovibile, fatta di amici degli amici e non di persone selezionate per competenza e merito, ha attecchito come il fuoco in un pagliaio. L’attenzione per i processi selettivi del personale politico e amministrativo, centrale o locale, non sarà mai eccessiva: solo se la democrazia rappresentativa e la selezione della classe dirigente non saranno più oggetto del discredito attuale potremo lentamente muoverci dai simil-Maduro attuali verso un simil-Macron.

E vengo all’ultimo passaggio: quale obiettivo mobilitante per le grandi masse di elettori se si abbandona l’arma facile del populismo e delle sue promesse ingannevoli? Se si dà un’immagine veritiera della gravità della crisi economica e istituzionale in cui l’Italia sta affogando? Non si rischia di proporre un governo di sudore, lacrime e sangue, di doveri senza diritti, di rigore senza equità, come ingiustamente è stato rappresentato il governo Monti o, nella Prima Repubblica, lo sono state le posizioni politiche di Ugo La Malfa? “Sudore, lacrime e sangue”, in democrazia, presuppongono una totale fiducia degli elettori nelle classe dirigenti e una totale condivisione degli obiettivi che queste rappresentano – la difesa del paese contro l’aggressione tedesca, nel caso di Churchill – ciò che è molto lontano dalla realtà odierna del nostro paese. Starà al segretario che vincerà il congresso dare una versione accettabile degli obiettivi che deve porsi il governo italiano.

E allora non sottovaluterei il valore mobilitante di un nazionalismo bene inteso, il rispetto degli altri paesi guadagnato con l’osservanza dei patti sottoscritti e la capacità di avviare l’Italia verso obiettivi di crescita mediante riforme interne. La politica dei pugni sul tavolo non è credibile nelle nostre condizioni di debolezza: la tenace difesa dei nostri interessi nazionali, il continuo rafforzamento delle nostre condizioni competitive e il miglioramento di quelle istituzionali invece lo sono. E che ne sarebbe dei tipici obiettivi di un partito di sinistra? Tutti i partiti, persino la Lega e Forza Italia, dichiarano di avere a cuore i ceti popolari e le persone con minori risorse: obiettivi realistici e ben costruiti di solidarietà con i perdenti di questa fase economica e con i più poveri in generale dovranno necessariamente avere un forte rilievo nel programma di un partito che ha nell’uguaglianza il suo centro identitario. Ma la fase richiede un fronte ampio, preliminare alla stessa dialettica tradizionale tra destra e sinistra: un fronte basato sulla difesa di un’economia aperta, sull’ancoraggio all’Europa, sul sostegno delle istituzioni di una democrazia rappresentativa.

E vengo all’ultimo punto di queste note, la scelta del segretario da parte di un congresso serio e ben preparato. Coloro che hanno creduto nella visione fondativa del Partito democratico come partito di sinistra liberale, e tuttora ci credono, devono essere grati a Renzi: è a lui che si deve se questa posizione minoritaria nel Partito democratico della sinistra – al congresso di Pesaro del 2005 essa era rappresentata da un drappello che a malapena raggiungeva il 4 per cento dei delegati – ha conquistato la grande maggioranza del Pd. Ma ora e per ora il protagonismo di Renzi, come persona, è un ostacolo all’ulteriore sviluppo e possibilmente alla continuazione dell’egemonia nel partito di una linea di sinistra liberale. Fossimo nel Regno Unito, nel Partito Laburista, non ci sarebbe bisogno di molte parole per giustificare questo giudizio nei confronti di un leader che ha perso così vistosamente le elezioni. Essendo in Italia e nel Pd ci sarà bisogno di una valutazione articolata nella mozione di chi (e spero si tratti una persona sola) rappresenterà questa posizione politica nel congresso. Una valutazione critica nettamente distinta da quella che sarà espressa da altre mozioni congressuali: la visione di sinistra liberale non si estingue con le dimissioni di Renzi. E sarà interessante vedere in che misura l’opposizione a Renzi è motivata dagli errori che ha commesso e dall’antipatia personale che ha suscitato, oppure dalla linea politica di sinistra liberale che ha cercato di perseguire e può benissimo essere continuata da un leader con caratteristiche personali molto diverse.

Giuliano Ferrara, in un recente articolo, racconta di aver consigliato a Renzi di ritirarsi per qualche tempo dalla politica attiva e spendere un anno o due in un buon istituto di studi politici a Palo Alto, nella West Coast degli Stati Uniti: incontrerebbe altri politici, studiosi di vaglia e… imparerebbe meglio l’inglese. Mi è venuto da sorridere perché un consiglio simile gli avrei dato anch’io e mi ha trattenuto il ricordo di quando, dopo la sconfitta dell’Ulivo nel 2001, un consiglio simile lo diedi a Massimo D’Alema: in quel caso si trattava della East Coast, e della Kennedy School of Government di Harvard. Non credo che la prese molto bene, anche se si trattava di una manifestazione di stima. Da allora mi sono convinto che simili consigli, dati a leader per vocazione, dominati dal demone della politica, sono perfettamente inutili.

Fonte: il Foglio – di Michele Salvati

del 12 Giugno 2018

 

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