Link Revolution. Come l’università dei lobbisti è entrata nel cuore del governo

Il seguente brano è tratto da Supernova, di Nicola Biondo e Marco Canestrari

Se un giorno la storia si occuperà di raccontare le vicende del Movimento cinque stelle, uno dei capitoli più importanti andrà ricercato in un sfarzosa proprietà a nord ovest di Roma: il Casale San Pio V.

Qui si trova un’università privata strategica per la costruzione della leadership di Luigi Di Maio, la Link University. E qui che il capo del M5S ha sovvertito, rifondandola da zero, la politica estera del Movimento. La Link è un bel crocevia, un salotto di lobbisti di alto livello dove si possono incontrare finanzieri maltesi e nomenclatura russa, imprenditori inglesi e uomini d’affari americani.

Che l’università sia un luogo dove tessere relazioni lo attesta anche l’inchiesta FBI sul Russia-gate. È alla Link che il finanziere maltese Mifsud incontra uno dei responsabili della campagna di Donald Trump. Secondo questi, l’incontro alla Link è servito a mettere le basi per i dirty jobs con cui — secondo l’inchiesta — Trump voleva colpire la sua sfidante Hillary Clinton. Insomma, definire la Link “solo” una università privata è profondamente sbagliato e fuorviante. È molto altro.

Il suo volto, verrebbe da dire il suo megafono, è Enzo Scotti: ex-capobastone della Dc campana tra gli anni ’70 e ’90 — soprannominato Tarzan per l’abilità di saltare da una corrente all’altra del partito. Ha avuto incarichi di governo da Andreotti a Berlusconi, è stato sindaco di Napoli ed è un imprenditore nel ramo del gioco d’azzardo, bingo e slot machine.

Nella sua biografia, Scotti annovera anche un rinvio a giudizio per peculato e abuso d’ufficio per lo scandalo Sisde: le accuse penali sono andate in prescrizione ma la Corte dei Conti gli ha imposto di risarcire allo Stato 2.995.450 euro, giudicandolo colpevole insieme al vertice dell’allora servizio segreto civile di aver fatto acquistare un palazzo a Roma con fondi riservati a un prezzo maggiorato di 10 miliardi di lire per la creazione di fondi neri.

Marco Travaglio gli dedicò un capitolo di uno dei libri più gettonati tra i grillini, dal titolo eloquente: “Se li conosci, li eviti”.

Le cose però sono andate diversamente.

Il fornitore di ministri

Una biografia lontana anni luce — anzi opposta — alle liturgie grilline, un po’ come la kriptonite per Superman. Con le regole del Movimento, Scotti non avrebbe avuto mai il lasciapassare per candidarsi. Ma evidentemente ha le carte in regola per diventare uno dei consiglieri più ascoltati di Di Maio e fornitore di ministri in serie.

Il giovane Di Maio — l’acquasanta — e l’anziano Scotti — il Diavolo — si incontrano, si piacciono e si mettono in società, politica ovviamente. Si piacciono così tanto che il giovane chiede al Maestro nomi e scenografia del suo futuro governo. E l’anziano leader lo glorifica così, “è un vero democristiano”. Nel book fotografico dell’aspirante primo ministro finiscono decine di scatti con il Presidente della Link, che lo osserva come fosse il figlio — politico — a lungo cercato, il guaglione da plasmare e far diventare uomo.

Ma come e perché è avvenuto l’incontro tra questi due mondi?

La risposta arriva dall’interno della Link e racconta una storia che è paradigmatica della parabola del Movimento. Il 17 luglio 2013 una parlamentare del M5S, Claudia Mannino, mette nel mirino proprio la Link.

Conflitto di interessi, utilizzo e possibile abuso nella gestione di contributi pubblici, scarsa trasparenza e didattica mediocre, sono le accuse che gli esponenti del Movimento mettono nero su bianco prendendo le mosse da un’inchiesta giornalistica.

[…]

La Link ha qualche santo in paradiso di certo. E ottiene fondi pubblici per i suoi master sotto forma di borse di studio Inps per i figli di dipendenti statali e finanziamenti europei assegnati con bando pubblico statale.Nonostante questi finanziamenti e i costi non proprio bassi (un master si aggira intorno ai 12mila euro), nel corso degli anni ci sono state decine di insegnanti che hanno ricevuto con grande ritardo il loro compenso o non lo hanno ricevuto affatto, nonostante i 175mila euro ottenuti con i fondi europei. Soldi pubblici che, secondo l’interrogazione, la Link non avrebbe dovuto percepire perché il decreto del Ministero dell’Istruzione che aveva riconosciuto l’ateneo specificava all’articolo 2 che “il riconoscimento di cui all’articolo 1 non determina oneri a carico dei finanziamenti statali riservati alle Università non statali”.

Intelligence con i soldi pubblici

In pratica, la Link è una gallina dalle uova d’oro grazie ai proventi delle tasse dei cittadini italiani, che finiscono per finanziare corsi di un’università privata e master sulla cyber-security o sull’utilizzo dei droni.

Per il Movimento, non ancora diventato il Partito di Luigi Di Maio, la Link sarebbe assimilabile a un esamificio, “il moltiplicarsi di strutture formative private riconosciute dallo Stato rende un pessimo servizio sia agli studenti, che spesso si trovano a essere iscritti a ‘esamifici’ inidonei a fornire una reale preparazione al mondo del lavoro, sia allo Stato stesso, che vede distolte preziose risorse che dovrebbero essere investite nella formazione pubblica di qualità”.

Cosa succede tra quel 2013 e oggi, quando la spina dorsale dell’esecutivo targato cinque stelle poggia su tre insegnanti provenienti dalla Link?

“Succede — racconta una fonte interna alla Link — che nel 2015 il deputato Angelo Tofalo (membro delle commissioni Difesa e Copasir, stretto collaboratore di Di Maio) inizia frequentare la Link e nel 2016 consegue un Master in Intelligence & Security. Tra gli insegnanti c’erano due delle tre ministre designate: Emanuela Trenta e Paola Giannetakis…”.

Un bel salto per un’università che veniva accusata di aver conseguito il riconoscimento in modo “non opportuno” e di gestione opaca di fondi statali.

[…]

In Italia esiste una norma per la quale le università private possono decidere di nominare una persona professore straordinario, possono cioé creare dal nulla il docente.

È il caso di Paola Giannetakis, l’insegnante dell’onorevole Tofalo, quella che Luigi Di Maio avrebbe voluto avere come ministro degli interni.

Il suo è un caso forse unico al mondo: quello di un professore universitario che, come attesta il suo curriculum, non ha nel suo carnet nessuna pubblicazione. Sì, nessuna.

Ha avuto un incarico universitario, a chiamata diretta dalla Link, ma non ha un ruolo accademico, non ha sostenuto un concorso, né verifiche, né esami. È una chiamata per meriti speciali.

Ma c’è anche un’altra stranezza nel suo curriculum denso di titoli accademici in università americane e corsi (alcuni in università online). Tra questi ce ne sono due molto curiosi svolti da “instructor” del Secret Service degli Stati Uniti (il corpo di sicurezza che protegge il Presidente) e del FBI, entrambi a Roma. Ma questi corsi di profiling e analisi comportamentale — secondo fonti di intelligence — non sono mai stati tenuti da personale americano a Roma e certo non a civili non inquadrati in corpi di polizia o apparati di sicurezza.

Non meno perplessità destano le altre due ministre in pectore indicate dal capo politico Di Maio: Emanuela Del Re, proveniente anche lei dalla Link, possibile ministro degli esteri, è stata pizzicata dal fact checking dell’agenzia AGI su una grave imprecisione presente nel suo curriculum. Il futuro possibile numero due del governo avrebbe dichiarato di aver conseguito un Phd con tanto di titolo della tesi. Ma l’istituto universitario europeo ha smentito in toto questa ricostruzione, quel titolo non è mai stato conseguito, la tesi non è mai stata discussa.

E poi c’è il caso dell’attuale ministro oggi alla Difesa, Elisabetta Trenta,anche lei insegnante del deputato Tofalo che pur essendo docente alla Link — dove ha conseguito un master — non compare in alcun database degli insegnanti universitari italiani e non ha alcuna pubblicazione scientifica al suo attivo. Anche lei docente per meriti speciali.

Fonte: medium.com

di Nicola Biondo – del 06 Giugno 2018

 

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