Conte al Senato, un perfetto mix di populismo e demagogia

 

 Un’ora e quindici minuti. Tanto è durato il discorso programmatico che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha tenuto al Senato, in vista del voto sulla fiducia previsto in serata. Il più lungo della storia della Repubblica, e del resto come poteva essere altrimenti per un premier praticamente sconosciuto, e chiamato a rappresentare il difficile e cavilloso equilibrio del contratto di governo tra M5S e Lega di cui Conte non sarà che un esecutore?

Il bilancino dei temi di M5S e Lega

I temi più cari alle neo bibbie sovraniste-populiste sono stati toccati tutti, dalla lotta ai privilegi del mostro mitologico della “casta”, allo “stop al business dell’immigrazione” cresciuto “sotto il mantello di una finta solidarietà”, al “potenziamento della legittima difesa”. Con in più, rispetto ai richiami agli slogan più classici della campagna elettorale, una inedita attenzione da manuale Cencelliai temi più cari ai due maggiori azionisti del Governo: ecco dunque la volontà di “farsi promotori di una revisione del sistema della sanzioni alla Russia”, e subito dopo l’immancabile richiamo al reddito di cittadinanza, tanto per non scontentare nessuno, in una versione da “Governo del cambiamento” del più classico dei bilancini.

La rivendicazione del populismo

In un discorso in cui il neo premier ha rivendicato il populismo, definito come “l’attitudine ad ascoltare i bisogni della gente”, come tratto distintivo del suo governo, non potevano mancare i richiami, declamati rigorosamente per titoli, a qualche luogo comune: “Vogliamo dare voce a tanti giovani che non trovano lavoro”, ha detto Conte, aggiungendo subito dopo: “Vogliamo dare voce alle tante donne ancora discriminiate sul posto di lavoro”.

In un passaggio che ha mescolato diritti sociali, flat tax e lotta all’evasione, il presidente del Consiglio ha detto che “la prima preoccupazione del governo saranno i diritti sociali, progressivamente smantellati negli ultimi anni”, perché “i cittadini italiani hanno diritto a un salario minimo orario, a un reddito minimo di cittadinanza”. E chissà, viene da chiedersi, se chi lo ha consigliato gli abbia poi ricordato che le due cose, salario minimo (una misura a favore dei lavoratori, presente anche nel programma del Pd) e reddito di cittadinanza (soldi dati a chi sta a casa), sono l’una l’esatto opposto dell’altra.

Tra gli altri annunci, forse per il loro numero tutti rimasti nella più astratta genericità, i tre pilastri su cui il presidente del Consiglio ha detto di voler fondare l’azione di governo, e che saranno “ascolto, esecuzione e controllo”, e a tre giorni dal fatto finalmente una parola sull’omicidio di Sacko Soumayla in Calabria, con “un commosso pensiero a lui e alla sua famiglia”, ma senza alcun riferimento alle origini del gesto.

I silenzi del premier

Nonostante la lunghezza e il numero di temi trattati, il neo premier è però riuscito a non toccare argomenti cruciali – e su cui era atteso – come la cultura, la scuola e i vaccini. E nonostante i milioni di voti presi da quelle parti, non una parola è stata spesa da Conte sul Mezzogiorno.

Insomma un discorso che è stato, come era facile aspettarsi, un perfetto mix di populismo e demagogia, con molti slogan e poche soluzioni. Dopo il voto al Senato – dove sulla carta Conte può contare su 167 voti certi, 6 in più rispetto alla maggioranza assoluta – l’iter della fiducia si concluderà domani con il passaggio alla Camera. Nel frattempo, un primo implacabile giudizio è arrivato dai mercati, con lo spread che subito dopo il discorso del presidente del Consiglio è salito a 240 punti. Come si dice, il buongiorno si vede dal mattino.

Fonte: Democatica – del 05 Giugno 2018

di Carla Attianese

 

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