Le mani dei Cinque stelle sui servizi. Ma la Lega non ci sta

Roma. E i servizi? La domanda è rimasta sospesa, mai posta davvero – almeno ufficialmente – ma sempre incombente, quasi che una strana assenza di gravità le impedisse di posarsi davvero sul tavolo delle trattative tra leghisti e grillini. E però, alla fine, l’ingombro tanto a lungo accantonato in attesa di appianare altre divergenze si è ripresentato in tutta la sua concretezza. Che fare con l’intelligence?

Il M5s rivendica per sé la gestione dei servizi. A ribadirlo, nei giorni scorsi, è stato Angelo Tofalo. Il deputato campano del M5s, cinque anni trascorsi nel Copasir durante la scorsa legislatura, sottolinea la necessità dell’“alternanza” come “unico strumento di controllo della politica sull’intelligence”. E ovviamente non ha ancora smaltito, lui insieme a tutti i suoi colleghi grillini, lo smacco del 2013, quando la presidenza del Comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica fu “scippata” al M5s. “Eravamo noi la principale forza di opposizione – ricorda Tofalo – e invece a spuntarla fu la Lega, che aveva il 4 per cento”. E quindi ora non si transige: “Spetta a noi”, dicono i grillini. Il problema, però, è il premier. Se non sarà Di Maio ma il professore Giuseppe Conte, a guidare il governo e dunque le forze d’intelligence, si pone l’urgenza di ottenere un sottosegretario alla presidenza del Consiglio che sia un pentastellato a tutti gli effetti e che si prenda le deleghe dei servizi. Il nome che è stato fatto circolare, nelle scorse ore, è quello di Vito Crimi, primo storico capogruppo al Senato dei Cinquestelle, e anche lui membro del Copasir nella scorsa legislatura. Meno intransigente di Tofalo, col quale i contrasti non sono mancati, il lombardo Crimi ha saputo costruirsi una buona rete di conoscenze trasversali, e ha un buon rapporto anche con l’ormai ex ministro degli Interni Marco Minniti. Sulla sua designazione, però, non c’è affatto unità, al momento, neppure tra gli stessi grillini. E infatti c’è chi sospetta che la soffiata su Crimi abbia avuto come scopo quello di esporlo al fuoco di fila degli alleati-nemici leghisti, così da stroncarne le ambizioni. D’altronde, dalle parti del Carroccio non danno affatto per scontato che ad averla vinta, in questa partita, sia un grillino. E se si chiede un parere a chi in questi giorni ha parlato con Matteo Salvini, si ottiene in risposta un laconico “vedremo”, che lascia intendere, insomma, come non sia ancora stato deciso nulla.

Un risiko che si preannuncia ancora complicato, al di là della scelta del premier. E non a caso ora gli attriti, tra leghisti e grillini, vertono sui criteri di distribuzione degli incarichi. “Verticale o orizzontale?”, è infatti l’altra, apparentemente stramba domanda, che risuona nelle stanze delle trattative tra il Carroccio e il M5s. C’è insomma, specie tra i leghisti, chi vorrebbe una spartizione netta tra ministeri, cosicché in ciascun dicastero si affermi un blocco monocolore e una guida univoca. E chi, invece, propende più per una serie di “compensazioni incrociate”: fare in modo, cioè, che in ciascun organo di potere ci siano esponenti di entrambe le forze. Un bilanciamento più complesso, che peraltro renderebbe poi più macchinosa l’azione del governo, specie agli occhi di chi vuole “mani libere” per soluzioni immediate. “Più complicato, sì, ma anche più saggio”, dice un grillino molto vicino a Di Maio, dando a intendere che, al di là delle dichiarazioni di circostanza, di fiducia ce n’è ben poca, tra le due forze politiche. E’ la Terza Repubblica: ma per farla partire ci vuole il vecchio caro Cencelli.

Fonte: Il Foglio – di Valerio Valentini

del 22 Maggio 2018

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