Il nuovo partito di Renzi

Roma. S’è rotto qualcosa nel Pd. L’assemblea di sabato scorso lo ha certificato, seppur con ritardo, visto che di tempo a disposizione i vertici del partito ne hanno avuto parecchio, sia per elaborare il lutto sia per passare all’azione. E’ almeno dalla sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 che il Pd non trova una bussola, una rotta, tra scissioni e continue sconfitte. Compresa quella bruciante del 4 marzo scorso.

Matteo Renzi, che pure ha la sua parte di responsabilità, dopo l’assemblea di sabato – considerata dall’ex segretario una data spartiacque – ha deciso: l’unica strada possibile per continuare a far politica è rottamare il Pd e dar vita a un partito nuovo. Invece che parlare di centrodestra o del M5s, si è scelto di parlare solo di Renzi, si ragiona tra i renziani. E’ un punto di rottura definitivo. L’ex presidente del Consiglio ha preso atto della situazione e dell’incompatibilità con gli ormai irriducibili avversari dentro il Pd e ha deciso di far partire una fase costituente nella quale il renzismo sarà alternativo al Pd.

Renzi d’altronde l’ha annunciata qualche settimana fa, in netto anticipo, in una delle sue newsletter. Il titolo di per sé è significativo: “La prova del nove”. “A quelli che sentono la mancanza delle nostre iniziative politiche (e magari mi contestano di essere troppo lontano come mi hanno scritto in tanti dopo la pubblicazione di questo post) vorrei inviare un abbraccio grande. E l’invito a sbarrare nell’agenda le date 19-20-21 ottobre 2018. Quel fine settimana tornerà la Leopolda. Si chiamerà ‘La prova del Nove’ e il titolo non ha bisogno di molte spiegazioni. Sarà il nono anno, certo. Ma non solo per questo sarà la prova del Nove”. Sarà la prova del nove perché avrà l’occasione di sperimentare se può esistere anche senza il Pd e se il brand “Renzi” vale ancora qualcosa. Certo, se il partito macroniano fosse nato nel 2012 – dopo la sconfitta alle primarie contro Pier Luigi Bersani, quando Renzi risultò il vincitore morale di quella competizione e aveva a disposizione un patrimonio politico enorme – le cose sarebbero state diverse. Comunque, il nuovo soggetto politico dovrebbe, stando ai progetti, aggregare le forze che non si riconoscono più nel Pd e in Forza Italia.

Dice al Foglio Sandro Gozi, teorico di una En Marche! all’italiana: “Dobbiamo certamente cambiare metodo e proporre politiche europeiste, a difesa dello stato di diritto, della democrazia liberale e innovative dal punto di vista sociale e di lotta contro le diseguaglianze e contro demagogia, partito della spesa pubblica e della chiusura del paese”. Non solo, dice Gozi: c’è da cambiare anche metodo “di discussione tra di noi, questi riti (l’assemblea di sabato, ndr) sono del tutto superati e creano solo frustrazioni per i nostri iscritti e i nostri elettori. E organizzarci per costruire una opposizione radicalmente alternativa agli estremisti giallo-verdi. Eventualmente anche pensando a nuovi contenitori. Sono i temi da discutere nelle prossime settimane”. Si parla dunque apertamente di “nuovi contenitori”, come quello descritto finora: un contenitore diverso da quello del Pd, visto che il partito nato dall’unione di Ds e Margherita non funziona più come un tempo e non è adeguato a spiegare le contraddizioni politiche e sociali di oggi.

Sul Foglio sabato scorso Giuliano Da Empoli ha elencato i limiti dei democratici. “Se il Pd è quello che fa ogni tre mesi le riunioni nelle polverose stanze degli alberghi, certe energie non le intercetti. Su questo fronte i grillini hanno prodotto un effetto perverso. Si sono appropriati di un tema e l’hanno reso intoccabile. E’ inevitabile: se tu ragioni sulle nuove forme della politica, hai subito paura di finire in mezzo ai loro deliri. Eppure tra i deliri grillini e il partito dei primi del Novecento c’è tutta una terra di mezzo che bisogna esplorare”. Insomma, diciamolo pure, ha detto da Empoli, la macchina che hanno costruito i Cinque stelle “dal punto di vista dell’infrastruttura non è certamente da imitare, perché ha dei tratti che conosciamo, quasi totalitari, però non possiamo non tenere conto della loro esperienza”. E’ la prima volta che un intellettuale di peso come Da Empoli, vicino a Renzi, ammette i limiti del Pd, attribuendo al M5s un effettivo vantaggio competitivo, strategico e organizzativo. Segno che gli argini si stanno effettivamente rompendo. “L’assemblea svolta sabato ha confermato che il Pd non ha, oggi, al suo interno le energie necessarie per aprire una fase davvero nuova”, dice il deputato Roberto Morassut. “Credo che si debba andare nella direzione di un radicale processo di rifondazione politica e ideale che deve trovare modo di svilupparsi in occasione del prossimo congresso. Un Congresso non ordinario ma costituente. Un Congresso politico e non sui nomi con le solite primarie preparate da accordi interni. Questo vuol dire che si deve partire da un lavoro di elaborazione affidato ad un organismo misto di figure politiche, intellettuali e scientifiche che riaccenda interesse e che possa essere discusso in tutto il paese attraverso assemblee pubbliche che siano, di fatto, i luoghi di incubazione di un soggetto politico che superi il Pd, la sua attuale forma partito ormai obsoleta e si caratterizzi come un movimento orizzontale e federato che riconosca in modo paritario le realtà civiche e associative che condividono i valori ‘democratici’ ma non l’oggetto reale attuale incarnato da questo Pd. In sostanza il Pd va sciolto e contestualmente ricostruito in un movimento democratico”. Ma il progetto di Renzi, se possibile, pare ancora più radicale.

Fonte: Il Foglio – di David Allegranti

del 22 Maggio 2018

 

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