Il retroscena: Nel contratto Lega Cinque Stelle c’è la clausola Salva-Salvini, per difendersi da Berlusconi

Sono solo due righe diluite in un documento di 58 pagine. Il documento è quello intitolato “Contratto per un governo del cambiamento” e quelle poche parole sono già state battezzate come la clausola “Salva-Salvini”. In coda al capitolo sul “Funzionamento del governo e dei gruppi parlamentari” si può leggere: “I due contraenti si impegnano a non mettere in minoranza l’altra parte in questioni che per essa sono di fondamentale importanza” . Con un certo sprezzo, si deve notare, per la lingua italiana. Per capire chi ha chiesto che fosse inserita non serve un genio: il Movimento 5 stelle ha 222 seggi e la Lega 125 alla Camera; 109 contro 58 al Senato. Il “contraente” pentastellato, dunque, in Parlamento vale quasi due volte quello padano.

La vittoria a tavolino

Numeri da “vittoria al tavolino”. Senza più poter contare sull’ “aiutino” – per quanto esterno – di Forza Italia e di Fratelli d’Italia, il leghista, senza questo salvagente, sarebbe esposto all’eventualità di dover soccombere sempre e sistematicamente in Parlamento. Di qui la richiesta, andata a buon fine,  che dentro il contratto fosse inserito  questo impegno che  dovrebbe garantirgli di uscire dall’angolo di fronte a tentativi di sopraffazione (politica). E, per fornire una blindatura più solida all’alleanza, hanno aggiunto un altro passaggio: “I contraenti sono insieme responsabili di tutta la politica dell’esecutivo, stabiliranno insieme il lavoro in ambito parlamentare e governativo e si adopereranno per ottenere il consenso rispetto a questioni relative a procedure, temi e persone”, oltre ad altri  numerosi contrappesi che i tecnici leghisti hanno chiesto agli sherpa pentastellati e alle complicate regole d’ingaggio messe nero su bianco dai due partiti.

Le cautele richieste da Salvini sono state rese necessarie dopo che Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni hanno preso ufficialmente le distanze da quello che definiscono come un “esperimento” e hanno fatto sapere, – per il tramite di alcuni emissari prima, e poi direttamente  – che non saranno disponibili a nessuna forma di sostegno esterno nei confronti delle iniziative politiche del segretario della Lega. “Vuole i nostri voti quando ha deciso tutto lui, si è prestato a vere e proprie provocazioni nei nostri confronti? Se li scorda”, dicono da Forza Italia. Così si è resa necessaria la clausola. Ma è stato il leader stesso, nel corso di un comizio ad Aosta, a usare parole dure all’indirizzo del segretario del Carroccio, che pure era stato riconosciuto – per poche settimane, a quanto pare – come il leader dell’alleanza premiata dal voto di marzo. “Salvini non ha mai parlato a nome della coalizione di centrodestra, ha sempre e solo parlato a nome proprio o a nome della Lega”, ha detto, con fare severo, l’ex premier, ospite nella città per alcuni appuntamenti elettorali. “La coalizione con un programma comune è assolutamente un’altra cosa e non ha nulla a che vedere con il Movimento 5 Stelle, e con questo programma che abbiamo letto, che costa  100 miliardi e in alcuni punti è in contrasto con quello che abbiamo presentato alle elezioni”, ha aggiunto.

I malumori di Berlusconi

Il Cavaliere non nasconde quello che tutti avevano capito: “In questo momento con Salvini c’è molta distanza; gli ho suggerito di tornare a casa…”. I forzisti sono stati schierati sulla linea dell’opposizione, quella stessa che da almeno due giorni avevano già scelto gli esponenti di Fratelli d’Italia. A segnare una distanza che sembra incolmabile non c’è solo il programma, bollato come “giustizialista” e “dannoso”, ma anche il tema della leadership. Da più di una settimana i due segretari sono alla ricerca di un premier “terzo”.  Ieri si è tornati a parlare di Alfonso Bonafede premier, quando – suggerisce Berlusconi – ora c’è lui che sarebbe in corsa. “Un certo Silvio Berlusconi che ha un’esperienza di nove anni al governo e che ha presieduto per tre volte il G7 e il G8, è tornato disponibile dopo la riabilitazione. Con la carenza di personaggi che verifichiamo, per affidabilità, buon senso ed equilibrio, io sono assolutamente pronto e credo che non ci sia altro candidato paragonabile a Silvio Berlusconi”, ha detto, parlando di sé – come sempre – in terza persona.

C’è il porgramma ma manca il premier

Salvini e Di Maio, in effetti, non sono ancora riusciti a trovare il nome giusto per Palazzo Chigi. Il programma del governo è chiuso ed è stato sottoposto al voto degli iscritti ai due partiti, ma sul profilo del presidente del Consiglio si procede col passo del gambero: uno avanti e due indietro. Forse è questa la ragione per cui il segretario del Carroccio, dopo avere letto le dichiarazioni dell’alleato, è andato su tutte le furie. Nel primo pomeriggio, Salvini ha fatto a Berlusconi una telefonata “di fuoco”. Il leghista avrebbe accusato il fondatore di Fininvest di averlo “indebolito” in un momento complicato della trattativa che continua a dire di voler condurre “a nome di tutto il centrodestra”.  Anche se poi gli staff hanno smentito, è stato lo stesso ex premier a raccontare di quello scambio telefonico a un gruppo di imprenditori che lo stavano aspettando nella città, e dai quali, a causa della telefonata, si è presentato in ritardo. Sicuro al cento per cento è invece lo “sconcerto” dei leghisti per “l’improbabile autocandidatura di Berlusconi a premier”, che definiscono “mai concordata”, e che considerano addirittura “un tradimento”.

La legittimazione delle piazze

Le urla hanno però avuto effetto, se è vero che nel comizio della sera il presidente di Forza Italia ha smorzato moltissimo i toni, scaricando critiche e insoddisfazione soltanto sull’altro contraente del Patto di governo, arrivando a dire: “I nostri amici della Lega potranno fare da grande freno all’agire del Movimento 5 Stelle alla guida del Paese”. Subito Salvini ne ha approfittato; se i forzisti criticano il programma, lui rivendica il risultato di avere spostato a destra l’asse del governo in fieri: “Amici, il 90 per cento delle idee della Lega trova spazio nel programma comune di governo scritto con i 5 Stelle”, ha scritto su Facebook. Il leghista ha anche suggerito al capo politico dei Cinquestelle di rimanere fuori da quello scambio e così lui ha fatto: “Non commento Berlusconi; Berlusconi è sempre Berlusconi: quelle che stiamo leggendo sono questioni del centro destra”. Niente insulti, niente affondi. A legittimare le  leadership di Salvini e Di Maio e il programma concordato saranno in questo fine settimana le “piazze”: quella virtuale dei Cinquestelle e quelle reali della Lega. Sulla piattaforma Rousseau hanno votato ieri 44.796 persone, e il 94 percento dei partecipanti si sono espressi a favore dell’accordo. “È un grandissimo risultato”, ha commentato Di Maio, “un plebiscito di fiducia e di entusiasmo che ci mette sulla strada giusta per questo Governo”. I padani potranno esprimersi invece solo domani, all’ombra di 1000 gazebo collocati in altrettante piazze italiane e allestiti grazie a quattromila volontari. Poi lunedì Di Maio e Salvini saliranno insieme al Quirinale.

Fonte: notizie.tiscali.it – di Paolo Emilio Ruso, giornalista parlamentare

del 19 Maggio 2018

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