Il dovere di dire “no” a un contratto che fa saltare l’Italia

Ci stiamo concentrando molto. Forse non tanto quanto Danilo Toninelli, grillino, molto intenso nel suo poco rassicurante sguardo vuoto pubblicato su Instagram per dimostrare “la massima concentrazione con cui stiamo affrontando questa importante missione”. Eppure, davvero, ci stiamo provando, ce la stiamo mettendo tutta ma proprio non riusciamo a capire, gentile presidente Mattarella, una cosa che ci sembra di una semplicità lineare: ma se nella bozza di programma finale del governo Delirakis fosse contenuto anche solo un decimo delle idee presenti nella prima ed eversiva bozza di programma elaborata, naturalmente con la massima concentrazione, dal Movimento 5 stelle e dalla Lega, in quanto garante della Costituzione italiana, e di molto altro, il capo dello stato non avrebbe il dovere di dire “no, grazie” ai Totò e Peppino della democrazia italiana?

Intendiamoci. Sappiamo che i vincitori del 4 marzo sono Salvini e Di Maio e sappiamo, e chissà quante volte lo abbiamo scritto, che l’incrocio tra la Lega e il M5s è, purtroppo, l’unico sbocco naturale di questa folle legislatura. Ma sappiamo anche che per fare un governo, e per nominare un presidente del Consiglio, articoli 92 e 95 della Costituzione, non è sufficiente assicurarsi che quell’esecutivo abbia i numeri per avere una maggioranza in Parlamento. Occorre qualcosa di più. Occorre, prima di tutto, capire se chi si appresta a guidare il paese sia nelle condizioni giuste per non dare i numeri.

 

Di fronte a tutto questo – e la nuova versione del contratto circolata ieri sera continua a essere meno minacciosa della prima versione ma ancora molto pericolosa per l’Italia – chi ha a cuore non solo la sovranità popolare ma anche l’interesse nazionale dovrebbe avere la forza di dire no grazie: se le vostre folli ed eversive promesse non verranno cancellate, e se non spiegherete al paese e ai mercati che le vostre promesse sono solo delle sciocchezze elettorali, se non farete tutto questo sappiate che nessun Giancarlo Giorgetti e nessun Alfonso Bonafede riceverà da Paolo Gentiloni la campanella per dare l’avvio al primo Consiglio dei ministri populista della storia della Repubblica.

O Salvini e Di Maio accetteranno di essere commissariati – accettando cioè di non dire più sciocchezze come quelle consegnate ieri ai cronisti da Alessandro Di Battista e da Beppe Grillo, che nelle ore in cui lo spread sfondava quota 150 e nelle ore in cui la Borsa perdeva il 2,3 per cento solo per una bozza di programma smentita affermavano il primo di fottersene dei mercati e di volersi concentrare solo ad “ascoltare i bar” e il secondo di fottersene dei mercati e di non rinunciare a un referendum consultivo sull’euro, e accettando di non dire più leggerezze come quelle consegnate ieri ai cronisti dal volto economico della Lega Claudio Borghi, convinto che il problema non sia di chi considera una follia l’idea di chiedere alla Bce di ricevere un regalo da 250 miliardi ma che il problema sia dei “mercati che non capiscono l’economia – o a essere commissariata dovrà essere necessariamente questa legislatura. E commissariare questa legislatura significa solo una cosa. Significa scommettere sulla possibile razionalità degli elettori. Significa scommettere sull’idea che giocare con la democrazia, con l’Europa, con lo stato di diritto, con la cultura del sospetto, con i trattati europei, con la collocazione internazionale del nostro paese non è solo una simpatica pagliacciata, o un “pasticcio” fatto di posizioni “vagamente scomposte”, come ha ammonito ieri con vigore Massimo Franco sulla prima pagina del Corriere.

Le posizioni “vagamente scomposte” oggi sono qualcosa di più. Sono indice di una pericolosità istituzionale e anticostituzionale impossibile da ignorare. Qualcosa che farebbe venire voglia di correre in massa sabato e domenica ai gazebo leghisti se solo i gazebo nei quali si voterà il contratto di governo non fossero un’altra pagliacciata (il 4 marzo abbiamo scelto da chi farci rappresentare e in una democrazia rappresentativa chi non ha il coraggio di usare la sua delega non fa altro che mortificare ogni giorno di più il nostro tessuto democratico). Qualcosa che farebbe venire voglia di ricordare che non dire una parola di fronte a un mix letale di populismo economico, giudiziario, ambientale e politico (deliziosi ieri Berlusconi e Brunetta a difesa dello spread) è qualcosa che si trova su un versante opposto rispetto a quello che dovrebbe essere il nostro interesse nazionale. Qualcosa che farebbe venire voglia di dire che il presidente della Repubblica dovrebbe accettare di far partire un governo Delirakis solo a condizione che gli azionisti del prossimo esecutivo siano disposti ad ammettere una cosa semplice: che le promesse pazze sono semplicemente incompatibili con il tessuto democratico del settimo paese più industrializzato del mondo.

Fonte: Il Foglio – di Claudio Cerasa

del 17 maggio 2018

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