La Capitale, il paradigma del populismo grillino al governo

Roma, 19 giugno 2028, Campidoglio, Interno giorno.

Una comitiva di turisti cinesi si affaccia nell’aula Giulio Cesare, trasformata in museo a cielo aperto, come il resto del Campidoglio, del resto, visti i numerosi crolli degli edifici storici, dopo il default della città che ora è retta da un prefetto che coordina i sessanta comuni in cui si è divisa perché, attraverso i referendum, i vecchi municipi si sono separati: ogni quartiere un comune, praticamente.

La guida sta mostrando ai cinesi, che trasmettono tutto sui social in diretta attraverso i microchip oculari, l’ultimo scranno rimasto integro sul quale vi è una targa, o meglio una vecchia staccionata di legno su cui è incisa a mano questa scritta: “Qui sedette e cominciò la sua carriera Virginia Raggi, la guida illuminata sotto la quale Roma iniziò l’era della decrescita felice. Nessun altro ha mai più potuto occupare il sacro seggio. Il consiglio comunale pose”.

Usciti fuori, i turisti assistono a una delle scene che hanno restituito all’ex-caput mundi, ex-capitale d’Italia, ex-metropoli cosmopolita (e anche ex-capitale della cristianità da quando il Vaticano s’è trasferito a Viterbo), nuova fama: l’esplosione dei bus che compiono il loro autodafé.

In un angolo della piazza del Campidoglio, dove al posto della copia del Marc’Aurelio (venduta anch’essa insieme all’originale per far fronte ai debiti) troneggiava una scultura a cinque stelle, tra i figuranti travestiti da centurioni, gladiatori, prostitute della suburra, un vecchio cieco e dalla lunghissima barba bianca, declamava, inascoltato, i propri versi: “Me ne andavo da quella Roma dove la gente pisciava per le strade, quella Roma fetente, impiegatizia, dei mezzi litri, della coda alla vaccinara, quella Roma dei ricchi bottegai: quella Roma dei Gucci, dei Ianetti, dei Ventrella, dei Bulgari, dei Schostal, delle Sorelle Adamoli, di Carmignani, di Avenia, quella Roma dove non c’è lavoro, dove non c’è una lira, quella Roma del ‘core de Roma’… Me ne andavo da quella Roma del Monte di Pietà, della Banca Commerciale Italiana, di Campo de’ Fiori, di piazza Navona, di piazza Farnese, quella Roma dei ‘che c’hai una sigaretta?’, ‘imprestami cento lire’, quella Roma del Coni, del Concorso Ippico, quella Roma del Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini, Me ne andavo da quella Roma dimmerda! Mamma Roma: Addio!”.

Scusate se mi sono fatto prendere la mano dalle mie malate fantasie distopiche. Il fatto è che quanto è accaduto in queste ultime settimane a Roma mi ha proiettato in una dimensione onirica dalla quale ho paura di svegliarmi perché temo di scoprire che non si tratta di incubi, bensì della realtà. La realtà di un progressivo e inesorabile disfacimento che sembra l’inizio di un irreversibile declino della mia amatissima città. Ma sono soltanto io che la vivo così? Gli incubi sono soltanto i miei o sono la proiezione del disagio di tanti che pensano di fare come suggeriva l’immortale poeta metropolitano Remo Remotti (i cui versi ho testè saccheggiato) nel suo addio che in realtà è gigantesco e disperato atto d’amore per una città irredimibile?

Proviamo a mettere in fila i fatti delle ultime settimane e confrontiamoli con la strepitosa intervista concessa dalla sindaca Virginia Raggi ai due bravissimi colleghi del Messaggero Simone Canettieri ed Ernesto Menicucci. Le immagini dell’ultimo bus esploso a Roma in pieno centro fanno il giro del mondo e diventano topic trend sui social? «Mi sono promessa di avere un approccio pragmatico… approveremo in giunta il finanziamento di 200 nuovi autobus. Purtroppo il problema della flotta troppo vecchia, non lo scopriamo ora… Sulla percezione negativa, figlia dei problemi, sono d’accordo. Per questo stiamo cercando di lavorare sodo. Ci vuole tempo, i primi risultati sono però vicini». Le immagini del degrado che fanno il giro del mondo? “Mi sento speranzosa. Stiamo rimettendo in ordine tutto”. I Casamonica che spadroneggiano in una parte della città?: “…Rafforzeremo la collaborazione con tutte le istituzioni e le forze dell’ordine”.

Sui rifiuti che sono tornati a invadere Roma, nelle parole della sindaca, torna l’ombra del Grande Complotto: “…Non vado a spargere io i rifiuti di notte in giro per la città. Purtroppo gli impianti nel Lazio non sono sufficienti, e così l’Ama sta facendo accordi con altre regioni. Nel frattempo faremo partire impianti che possano dividere la differenziata”. Un po’ stupefatti dalla recente posizione imposta dai consiglieri grillini i due bravi giornalisti domandano:

Non è grottesco che il consiglio comunale di Roma abbia votato che nessuno potrà sedersi sullo scranno che lei occupò quando era all’opposizione?
«Le vicende legate alle poltrone non mi hanno mai appassionata». E poi aggiunge: “Io parlo da sindaco del M5S che lavora per mettere in carreggiata una macchina che mi è stata consegnata senza manubrio, ruote, chiavi”. Dunque, chiedono ancora i due increduli colleghi: ma se il M5S dovesse cambiare la regola dei due mandati lei si ricandiderebbe da sindaca per completare il suo lavoro? “Mi dispiace adesso devo andare: mi attende una riunione importante”.

Giuro che l’intervista è vera, è realmente apparsa venerdì scorso sul Messaggero.

Su Roma ci sarà molto da dire ancora, e ci torneremo, magari partendo da come, nella storia della città (ce lo racconta il recente libro “Le Borgate e il Dopoguerra”, di Roberto Morassut, già assessore con Veltroni, ora deputato dem e vicepresidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle periferie) ci siano stati movimenti popolari e classi dirigenti in grado di contrastare il degrado e invertire il declino, modernizzando e rendendo più giusta la città.

Ora, però, vorrei dire una cosa più semplice: non c’è bisogno di un indovino per capire dove potrebbe portarci il prossimo governo grillo-leghista, basta guardare a Roma. Anche qui, malgrado in molti non vollero vederlo se non quando il fatto divenne eclatante, la giunta grillina è nata attraverso un accordo con il mondo della destra romana che ha fornito uomini, relazioni e idee; anche qui una parte della sinistra pensò di poterla condizionare, esprimendo un assessore (Paolo Berdini e un vicesindaco, Luca Bergamo) e lo stesso pensiero maturò in un pezzo dell’estabilishment (Marcello Minenna super-assessore al bilancio) e si è visto com’è andata a finire: tutti fuori o rimasti dentro, ma irrilevanti.

Roma è dunque il paradigma del populismo grillino al governo. Che mix verrà fuori dall’unione con il populismo leghista? Governare le ricche regioni del Nord dove l’economia ha tassi di sviluppo tedeschi, alleati di una forza che storicamente rappresenta i ceti imprenditoriali come Forza Italia, è cosa ben diversa dal governare l’Italia con un Movimento che, nel profondo del suo Dna, considera lo sviluppo come qualcosa di negativo, da far decrescere, piuttosto che incrementare. Si trattasse solo di incompetenza, potrebbe essere compensata dall’efficientismo nordista, ma anche in questo caso Roma dimostra che ciò è impossibile, visto che l’assessore nordista Massimo Colomban, inviato per dare una patina di efficienza a una giunta catastrofica, ha gettato la spugna senza cavare un ragno dal buco.

Dunque proveranno, come a Roma, a rispondere con la demagogia inconcludente, trovandosi d’accordo su una torsione securitaria e giustizialista e dando la colpa “a quelli di prima” per ogni loro fallimento.

Fonte: Democratica.com – di Carmine Fotia

del 12 Maggio 2018

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