M5s, il contrario della democrazia

C’è un equivoco di fondo nella nostra discussione sull’opportunità di aprire una trattativa con il Movimento Cinque Stelle. Alcuni esponenti anche autorevoli del Partito Democratico, del tutto in buona fede, ritengono di avere a che fare con un partito di tipo tradizionale. E dunque con una comunità politica che discute e disegna una strategia, seleziona e talvolta elegge i propri gruppi dirigenti, si allea eventualmente con altri partiti da cui può essere divisa se gli avversari (in questo caso il PD) sono capaci di mettere in campo una tattica abile e convincente. Gli anni trascorsi dal 2013 , ma anche i fatti e le notizie di questi ultimi giorni, dovrebbero averci insegnato che così non è.

Il Movimento Cinque Stelle non ha niente in comune con i partiti tradizionali. Non tanto perché quest’organizzazione politica si sia sempre definita “movimento”, con furbizia puramente nominalistica, ma perché essa non condivide neanche marginalmente quel minimo contenuto democratico che unisce il funzionamento interno, i valori e gli orizzonti anche radicalmente diversi della grandissima parte della politica italiana.

Il Movimento Cinque Stelle è una monade tenuta insieme da un patto di sindacato granitico e sottratto a qualsiasi trasparenza, che persegue la trasformazione della nostra Repubblica in una democrazia autoritaria e che proprio per questo è intollerante verso lo scrutinio della libera stampa.

L’espulsione di Jacopo Iacoboni dalla kermesse politico-aziendale di Casaleggio è solo l’ultimo episodio, come raccontiamo oggi su Democratica, di una lunga galleria di persecuzione grillina verso il giornalismo d’inchiesta: quello che è mosso dalla semplice e temibile intenzione di vedere le carte che si nascondono sotto le migliori intenzioni. D’altra parte lo sguardo della libera stampa non può essere tollerato da un’organizzazione blindata da un ente privato (l’Associazione Rousseau), il cui timone è passato per via ereditaria dal padre Gianroberto al figlio Davide attraverso un atto notarile che gli ha consegnato il controllo eterno e totalitario sui Cinque Stelle (come racconta Luciano Capone sul Foglio, in un’inchiesta ricca di documenti che dovrebbe essere la base per qualunque futuro e sincero sforzo giornalistico sui Cinque Stelle).

Un salto di qualità anche rispetto a Forza Italia, perché si è passati dal partito-azienda di Berlusconi ad un’azienda-partito la cui autonomia finanziaria è garantita dai versamenti obbligatori che i parlamentari Cinque Stelle devono ogni mese alla cassaforte di Casaleggio (in flagrante violazione della dignità del Parlamento, con buona pace dei Presidenti Fico e Casellati, oltre che di ogni elementare garanzia contro il conflitto d’interessi).

I molti milioni di voti raccolti dai Cinque Stelle, il 4 marzo di quest’anno così come nelle elezioni precedenti, non cancellano la minaccia alla democrazia rappresentata dall’organizzazione di Casaleggio. Così come nessun progetto eversivo è mai stato legittimato dal consenso che riusciva a raccogliere tra cittadini in buona fede, perché le legittime motivazioni di quegli elettori non modificano la natura e gli obiettivi di chi rifiuta i valori di trasparenza, tolleranza e partecipazione su cui si fonda la nostra Repubblica. Le fondamenta della nostra democrazia repubblicana: è questo il nodo su cui dovrebbe concentrarsi la discussione interna al PD sull’opportunità o meno di un dialogo con i Cinque Stelle, piuttosto che la possibilità di incalzare su questo o quel tema specifico chi per sua stessa natura rifiuta di sottoporsi a livelli minimi di scrutinio.

Fonte: Democratica.it – di Andrea Romano

del 09 Aprile 2018

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