In coda con i disoccupati a Cagliari. “Ma il reddito di cittadinanza dove è?”

Alle 11 di mattina del 6 marzo, un signore di 51 anni con i pantaloni militari e il giaccone rigonfio è entrato nell’ufficio dell’assessorato delle politiche sociali del comune di Cagliari per farsi ascoltare. Aveva appena comprato un’ascia in ferramenta. Era venuto per chiedere il Reis, il reddito per l’inclusione sociale.

«È stata una situazione molto difficile», ricorda l’assessore Ferdinando Secchi. «Quell’uomo voleva essere ricevuto a tutti i costi, anche se non era il giorno giusto. Ha tirato fuori l’arma. Voleva passare. Una guardia giurata, con bravura, l’ha fronteggiato. E dopo una lunga discussione, l’ha convinto ad andarsene. Urlava: “Vi ammazzo! Non seguitemi”. Uscendo, ha sfogato la sua rabbia contro il distributore delle bevande. Sappiamo che alle 9 di sera di quello stesso giorno si è costituito alla polizia».

La Sardegna sta sperimentando forse il futuro. Qui dove il Movimento 5 Stelle ha vinto ovunque, promettendo il reddito di cittadinanza, i dati sulla disoccupazione del 2017 sono appena stati corretti al rialzo: 17% contro la media italiana all’11%, con punte del 21,4% nel Sud dell’isola. A Cagliari, quindi.

Il Reis è stato una specie di esperimento. Una legge regionale voluta da una giunta di centrosinistra, che dopo molte difficoltà ha trovato applicazione negli ultimi mesi dello scorso anno. Consiste in un assegno mensile da 200 a 500 euro per le persone e per le famiglie povere. Le domande sono state 20.813, per un fabbisogno complessivo che ha superato di oltre 22 milioni la cifra stanziata per il provvedimento: 66 milioni di euro. Questo è il bilancio solo a Cagliari: 2300 domande, 2188 pareri favorevoli. Dopo ritardi, intoppi e molte altre tensioni agli sportelli, sono state pagate da quattro a sei mensilità. Ma, nel frattempo, nessun corso di aggiornamento professionale è stato avviato. Così come prevedeva la legge stessa.

«Quando si innova, si incontrano sempre delle difficoltà» dice l’assessore Secchi. «Non si può dare il sostegno a tutti indiscriminatamente. Serve un’istruttoria. Serve tempo. Bisogna capire. E poi ci sono stati problemi di collegamento con la banca dati dell’Inps, lentezze dovute al trasferimento dei fondi dalla Regione al Comune, problemi di coordinamento. I corsi di formazione non sono ancora partiti».

Via Nazario Sauro 19. Il porto dei traghetti è pochi passi più giù. Oggi in coda ci sono 84 persone, 5 agenti della polizia municipale a sorvegliare, più 3 di una società di vigilanza privata. C’è il vecchio Reis da prolungare, c’è il nuovo Rei che è stato istituito a livello nazionale, e c’è la promessa del reddito di cittadinanza di cui molti vengono a chiedere notizie. «Dobbiamo spiegare e distinguere», dice l’assessore. Si stanno sommando, cioè, vecchie e nuove domande di aiuto in questa sala d’attesa dove c’è odore di giacche vecchie e miseria. E dove tutto, subito, esce dalle discussioni per diventare reale, urgente. Carne viva.

Il pastore Stefano Marini, 53 anni: «Ho fatto anche il manovale in continente, nelle Marche. Andrei a fare qualsiasi lavoro. Pulirei giardini. Laverei pavimenti. Ma non trovo niente. Questo è il momento più difficile di tutta la mia vita. Invece di andare avanti, sto andando sempre più indietro. Ho perso la casa. Ho dormito per sei mesi fuori, alla marina». L’ex carpentiere e pescatore Raffaele Sanna, 60 anni: «Sono nato nel quartiere Sant’Elia. Andavamo con le nasse e con le reti. Prendevano polpi, murene, gronghi, triglie e scorfani meravigliosi. Poi la cooperativa è fallita. Ho tre figli disoccupati. E anche mia moglie Roberta, che lavorava negli asili nido, ora è casa». Sono vite declinate al passato. Attese. Frustrazioni e pubbliche ammissioni di debolezza. Perché ognuno si presenta all’usciere, circondato dalle guardie, dice il suo nome, che viene ripetuto ad alta voce, e si mette in coda. Maria Laura Galliu: «Ho fatto domanda per il Reis l’anno scorso, ma ancora nulla. Mi hanno detto che c’era un problema nei documenti. Sono andata a rifarli. Penso sempre a mio marito Ennio, morto in un incidente stradale, a come sarebbe stata diversa la mia vita se ci fosse ancora lui». E i Cinque Stelle? «Certo che li ho votati. Lo abbiamo fatto tutti. Sono ragazzi. Mi fido. Hanno capito che serve un aiuto concreto, altrimenti non ce la facciamo. Io ho grande fiducia. Ma se si mettono con Salvini viene giù il mondo, non voglio crederci».

Chiamano un altro nome. Un altro ancora. E poi un altro. Un giornalista di 61 anni. «Scaricare i moduli è stato complicatissimo. Qui c’è sempre una marea di gente. Ressa continua. È dal 2007 che mi arrabatto, ma quest’anno è stato particolarmente grigio. I tagli alla cultura hanno fatto chiudere gli ultimi uffici stampa che ancora mi davano lavoro. Io, per fortuna – fra virgolette – sono solo. Tirare avanti significa rinunciare a tutto. Ho un tetto e quel minimo che basta per non fare il barbone. Ma sono anni che non so cosa sia un viaggio, una cena fuori. È durissima».

Fuori il sole scalda le ossa. In cima alla salita che costeggia l’orto botanico c’è la Caritas di Cagliari. Ogni sera si allunga la coda per mangiare. Sono state 8 mila le persone che hanno chiesto aiuto nel 2017. L’identikit è questo: maschio, età media 46 anni, disoccupato, italiano. Don Marco Lai, però, ha un’idea diversa del futuro: «I sussidi possono aiutare, ma le persone hanno bisogno di un’opportunità». Voi come fate? «Con il microcredito. Le banche italiane sono per gente già ricca: questo è il problema. Noi finanziamo piccoli progetti di indipendenza. Massimo 25 mila euro. Penso a un ragazzo che aveva bisogno di comprare l’auto per fare il tassista. O una ragazza molto preparata, che ha aperto un negozio da parrucchiera. La grande notizia è che i nostri prestiti hanno un indice di restituzione dell’85%. Significa che basta dare una speranza concreta e po’ di fiducia per ritrovarsi davanti a delle persone libere. Con un lavoro».

Fonte: La Stampa – del 05 Aprile 2018

di NICCOLÒ ZANCAN

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