Il problema non è la laurea dei Cinque stelle, ma il prestigio del Parlamento

Al direttore – In uno stato democratico chiunque deve poter accedere a qualsiasi carica pubblica. Cittadini di qualsiasi condizione, istruzione, estrazione sociale, ceto, professione. E infatti in Parlamento ci sono stati fior di deputati e senatori privi di titoli di studio o provenienti da mestieri non necessariamente intellettuali. Il Parlamento deve rappresentare tutti gli italiani, non certo solo i laureati e i professionisti, e più è diversificato nella composizione, meglio adempie al suo compito. Vale per gli studi ma vale anche per qualsiasi altra condizione personale: la società è composita, Camera e Senato devono essere compositi quanto la società che aspirano a rappresentare.

Che in Parlamento ci sia Di Maio senza una laurea e senza un’esperienza lavorativa, che il tesoriere del gruppo M5s abbia la terza media, che la nuova vicepresidente grillina del Senato orgogliosamente venga dalla periferia romana del Quarticciolo non dovrebbe diventare certamente un caso: sono tutti segni della vitalità e dell’apertura della nostra democrazia. Non si capisce dunque perché dell’inesperienza dei Cinque stelle si parli e si discuta tanto, in rete e sulla stampa. Io credo in effetti che un problema ci sia, e sia anche più serio e politicamente fondato di quanto possa sembrare a prima vista.

 

Il fatto è che quel deputato, al contrario della stragrande maggioranza dei colleghi del suo gruppo che ho visto all’opera nei 5 anni della scorsa legislatura, fa esattamente quello che ci sarebbe da fare. Studiare. Provare ad essere degni dell’enorme responsabilità che, entrando in Parlamento, ti cade sulle spalle. “Onorevole”, non è un titolo che si può rifiutare. “Onorevole” è un monito, prescritto dall’articolo 54 della Costituzione: “Ricordati che devi servire il Paese con disciplina e – appunto – onore”.

Quello che non va, insomma, non è che entrino in Parlamento o assurgano a importanti cariche dei semplici cittadini senza particolari esperienze alle spalle, al contrario. Non va invece, ed è molto pericolosa, la retorica pelosa sui “cittadini” che il Movimento cinque stelle porta avanti da sempre. Quella per cui sono solo loro a rappresentarli, quella per cui una volta entrati in Parlamento si è soltanto dei “portavoce”, quella per cui si manifesta repulsione per i titoli, per i simboli, per gli onori che derivano dal diventare parlamentari, ministri, alte o altissime autorità dello stato. La rivendicazione che con l’ingresso nelle istituzioni nulla cambi nella vita degli eletti, che non ci sia nessuna necessità di provare a essere in ogni modo all’altezza del nuovo compito.

Il problema non è dunque che la senatrice Lezzi sia perito aziendale e corrispondente in lingue estere. Il problema è che la senatrice Lezzi dica, senza porsi il minimo dubbio, che la produzione industriale aumenta perché fa caldo. Il problema non è certo che Luigi Di Maio non sia laureato o non abbia un particolare curriculum, il problema è che pensi di poter fare il presidente del Consiglio di un paese del G7 e di parlare di Augusto Pinochet senza preventivamente verificare dove abbia operato e vissuto il Generale. Il problema non è certamente che Paola Taverna venga dalla periferia romana, il problema è che il linguaggio che usa – dentro e fuori dal Senato – non è consono all’istituzione nella quale da anni rappresenta il popolo e le cui sedute d’ora innanzi dovrà pure inopinatamente presiedere. Il problema insomma non è certamente l’inesperienza, né l’ignoranza, alla quale facilmente si rimedia: il problema è la prosopopea dell’ignoranza, il suo valore di manifesto politico.

Si tratta di una precisa dottrina, della declinazione di una strategia che è quella della scientifica delegittimazione delle istituzioni repubblicane, del loro svilimento. Del piano, nient’affatto casuale, di ridurle a un bivacco (cit.). Un posto del quale non si sente non dirò la sacralità che il tempio della democrazia meriterebbe, ma per il quale non si nutre particolare rispetto: lo abbiamo visto bene con le intemperanze che il M5s ha mostrato nella scorsa legislatura, dall’occupazione delle commissioni agli assalti al banco del governo. E non lo si rispetta perché un Parlamento debole è funzionale alla creazione di un sistema politico nel quale la democrazia rappresentativa è debole e la sovranità popolare si trasferisce da qualche altra parte.

Smontare il prestigio delle istituzioni non è dunque solo un vezzo o un modo per acquisire consenso. Significa dire che le istituzioni non servono. Chi sta nel Palazzo non deve avere titoli, indennità, scorta, deve assomigliare simbolicamente il più possibile a chi sta fuori. Chi entra nel Palazzo non deve essere percepito come qualcuno che ha potere (che cioè può far accadere le cose) ma deve tendere ad assomigliare sempre di più all’uomo qualunque (un altro déjà vu). Non solo per far scattare un’identificazione tra elettori ed eletti e acquisire in questo modo consenso, ma per dimostrare che dentro al Palazzo non c’è nulla da decidere. E se lì non risiede il potere di fare le cose, di quelle istituzioni si può fare benissimo a meno.

La democrazia ha i suoi rituali e le sue forme, la sua pompa e le sue insegne, perché questo serve a darle solennità e rilevanza. Il presidente della Repubblica è di stanza nel Palazzo del Quirinale e si accompagna a dei marcantoni alti due metri con un buffo elmo guarnito di crine di cavallo per un motivo molto semplice: perché vogliamo che tutti sappiano a vista che quella persona – pro tempore – è la prima di tutti noi. Il presidente della Repubblica, la sua persona, acquista una sua sacralità. Non è più quella di un “cittadino”: con la carica è divenuto qualcuno che può, anzi che deve, preoccuparsi di tutti, rappresentarci tutti, dire parole il cui peso sarà necessariamente maggiore di quello di un ognuno di noi.

Il Movimento cinque stelle prova a smontare tutto questo. Io non penso che lo faccia per generosità o per avvicinarsi al popolo, penso che sia un tentativo pericoloso – e da sventare in ogni modo – di fare in modo che il potere si sposti da un’altra parte. Formalmente vicinissimo ai cittadini, e sostanzialmente lontanissimo da loro. Se i parlamentari non servono a nulla, a cosa servirà allora il Parlamento? E se c’è un partito che rappresenta tutti i cittadini, a cosa serviranno gli altri partiti? E se il partito che rappresenta tutti i cittadini arriva al governo, a cosa servirà mai un’opposizione?

Questa è la ragione per cui, quando mi chiedono di parlare con il M5s di programmi, rispondo che non è una questione di programmi. La differenza sta in qualcosa che sta a monte delle singole cose da fare o delle singole leggi da approvare. La differenza sta nell’idea della democrazia, del confronto tra opinioni diverse, del rispetto e della legittimazione dell’avversario, del valore e del senso delle istituzioni repubblicane, tutte cose che sono totalmente incompatibili con la visione del M5s e che non può che portarci, nel Palazzo e nel paese, a stare naturalmente, stabilmente e inesorabilmente dall’altra parte rispetto a Grillo, a Casaleggio e a Di Maio.

Fonte: Il Foglio del 03 Aprile 2018

di Ivan Scalfarotto

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